"Ecco come si evita una nuova Bibbiano"

L'avvocato Morcavallo: " Ci vuole una incisiva riforma delle norme tanto che il processo minorile diventa un processo senza un fatto. Se non si verificano i fatti si da adito a valutazioni sbagliate"

Il caso dei bambini di Bibbiano scoperchia una pentola al giorno. Anzi, pentoloni belli grossi. Il paese non ci sta ad essere tacciato come covo di mostri e quotidianamente arrivano telefonate di minacce ai servizi sociali e al comune, In vista della visita di Meloni, Salvini e Di Maio nel piccolo comune in provincia di Reggio Emilia, la polemica infiamma ancora di più e chi sa inizia a parlare. Finalmente.

L’avvocato Francesco Morcavallo, ex magistrato tribunale minori di Bologna, rilascia un’intervista a Radio Padania Libera, al direttore Giulio Cainarca, nella quale fa rivelazioni sorprendenti.

Otto anni fa Morcavallo si occupò del piccolo David, trovato morto di freddo in piazza Maggiore a Bologna: a seguito di quel caso il Csm lo trasferì temporaneamente salvo poi la Cassazione dargli ragione.

Da lì prese il via il suo personale percorso professionale che lo portò a gettare la toga e a diventare avvocato, denunciando da allora i limiti e le storture della giustizia minorile in Italia. Che sono tanti.

Un denominatore comune nei tribunali minorili italiani: la decisione consegue alla ricezione di notizie che spesso non vengono verificate, e a volte non sono nemmeno notizie. “La cronaca di Bibbiano nasce da questo: i problemi sono strutturali, ovvero il silenzio dei controllori e dei garanti dell’infanzia nonché del Csm – dice Morcavallo -. Ci vuole una incisiva riforma delle norme tanto che il processo minorile diventa un processo senza un fatto. Se non si verificano i fatti si da adito a valutazioni sbagliate”.

La verifica dei fatti è il processo, il giudice fa di mestiere quello di verificare che la realtà processuale si avvicini alla realtà materiale, cioè che la realtà processuale non si trasformi in una irrealtà. “Nel campo della giustizia minorile di norma non avviene e nel 99% dei casi i provvedimenti minorili anche di allontanamento dei bambini non sono assunti per fatti accertati ma in base a valutazioni genericissime – continua l’ex toga -. Ad esempio a Roma in una udienza relativa ad una relazione che aveva condotto allontanamento di una bambina dalla madre l’assistente sociale risponde che la bambina era stata allontanata perché in casa aveva trovato pochi mobili e quindi una presunta situazione di povertà; in un’altra occasione capitò che l’assistente sociale giustificasse la collocazione in comunità di un altro bambino dicendo che sputava troppo spesso il ciuccetto durante l’accertamento domiciliare. E il tribunale una volta che ha avallato senza verificare i fatti ci mette tempo per tornare sui suoi passi, perché quando i bambini devono essere rimandati a casa si assumono tutte le cautele, quando si tratta di portarlo via dalle famiglie, spesso lo si fa in modo avventato”. Parole che fanno raggelare il sangue al direttore di Radio Padania Libera, Cainarca.

Le sezioni minorili delle corti di appello in Italia non hanno mai garantito tutela, il reclamo è una cosa inutile. Inoltre il sistema è guidato dai conflitti di interesse e dai soldi. Ma quanti sono i casi reali di allontanamento di minori?

“Molti degli operatori e anche dei giudici sono formati ad utilizzare il modus operandi che ho descritto prima – dice ancora il dottor Morcavallo -. Il movente retrostante a questa situazione è che tutte le somministrazioni di trattamenti diagnostici e terapeutici e tutte le collocazioni fuori dalla famiglia, sono finanziati con denaro pubblico tra l’altro senza controllo di limiti di spesa e senza appalti, in una misura che per le collocazioni va dai 70 ai 400 euro al giorno per bambino per cui la gestione di queste strutture è direttamente interessata all’incremento sia del numero che della durata di queste terapie”.

Però si tratta di strutture che incidono anche sulla decisione dei giudici. A chi si chiede se la terapia debba essere continuata o meno? Alle stesse strutture che le gestiscono. Poiché il flusso complessivo di denaro su base nazionale 4-5 miliardi all’anno di euro si vede che si tratta di un sistema e meccanismo assai redditizio. “Troppi poteri a cooperative ed onlus”, semplifica La Stampa.

Le stime di allontamento dei minori dalle famiglie è oggi circa 50mila bambini. I provvedimenti di affidamento riguardano invece 500mila bambini. Il Sole 24 Ore svela che nascosto dietro l’inchiesta sui presunti affidi illeciti di Bibbiano c’è un mondo che coinvolge circa 26mila bambini e ragazzi con genitori in difficoltà: 14mila accolti da famiglie diverse da quella di origine e 12mila collocati nei servizi residenziali per minorenni. Un dato che rappresenta il 2,7 per mille del totale degli under 18 che vivono in Italia e a cui vanno aggiunti i minori stranieri che arrivano non accompagnati, perlopiù collocati in comunità. L’incidenza degli affidi varia da un’area all’altra, senza - per una volta - differenze nette tra Nord e Sud Italia: le regioni dove gli affidamenti sono più frequenti sono la Liguria (con il 5,8 per mille dei ragazzi e bambini coinvolti) e il Molise (dove l’affido riguarda il 3,9 mille dei minori).

Poi c’è il problema dei collegi: sono composti in modo da far prevalere l’impostazione dei servizi sociali favorevoli all’allontanamento dei bambini dalle famiglie. Una finalizzazione alla collocazione in comunità senza verificare nulla.

L’attenzione si è poi soffermata su conflitti di interessi soggettivi dei giudici onorari ovvero psicologi, medici assistenti sociali che però gestiscono istituti, strutture, o collaborano con questi ai quali vengono poi affidati i bambini o che somministrano i trattamenti farmacologici.

Ovvero partecipano alla decisione gli stessi soggetti che sono economicamente interessati affinché il minore venga allontanato dalla famiglia e affidato a una struttura o al prolungamento degli affidamenti.

“C’è anche il conflitto di interessi della struttura che guadagna sull’affidamento e che è la stessa che relaziona al giudice e per la decisione e nella motivazione usa la relazione della stessa struttura. I curatori o tutor dei minori molto spesso sono o gestori o assidui collaboratori delle strutture nelle quali vengono collocati i minori –continua l’avvocato - . Infatti sono sempre le solite 4-5 persone e le conclusioni che rassegano sono sempre le stesse: continuazioni nelle terapie e nelle diagnosi. Anche qui va programmata una riforma che superi questo tipo di conflitto”.

Il legislatore potrebbe sanare tutte le cose che non funzionano ma non lo fa: il nodo è ricondurre le decisioni ai fatti anziché a valutazioni non verificate e prevedere che i finanziamenti delle strutture non siano meri finanziamenti ma rimborsi di spese documentate.

Questi due interventi interromperebbero questa giostra pericolosa e vergognosa che poi sfocia in scandali come quello di Bibbiano. Finora non c’è stato nessuno che l’abbia fatto: da adesso sarà più difficile chiudere gli occhi e turarsi il naso.

E’ un problema quello minorile su cui difficilmente si possono innalzare bandiere dell’uno o dell’altro colore – conclude Morcavallo – se l’indagine di Bibbiano fosse stata fatta su altri territori probabilmente avrebbero trovato amministratori di altri colori. Non è un problema politico, ma è bene che rimanga un problema trasversale, secondo coscienza se ne occupino a prescindere dal colore politico. Anzi è odiosa quella parte politica che vorrebbe intimare il silenzio parlando di strumentalizzazione. Questa non è strumentalizzazione ma violazione dei diritti umani che spesso si è nutrita di silenzio”.

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