Femministe campionesse di atti vandalici: cosa resta dopo l'8 marzo

Il giorno dopo l'8 marzo, da nord a sud, si contano i danni causati dall'ondata femminista: a Perugia è stata imbrattata persino la rotonda dedicata a Sargio Ramelli

Femministe campionesse di atti vandalici: cosa resta dopo l'8 marzo

Milano, Perugia, Roma, Palermo. L’onda femminista dell’8 marzo ha lasciato segni indelebili del suo passaggio. Quello che rimane all’indomani della mobilitazione delle attiviste di Non una di meno non è solo l’eco di cori e bestemmie: dal turpiloquio al vandalismo, purtroppo, il passo è breve. E allora nei giardini di Porta Venezia, a Milano, le manifestanti hanno “punito” Indro Montanelli rovesciando sulla sua statua una latta di vernice rosa. L’accusa? “Era un fascista, un revisionista, un conservatore e un colonialista”.

Anche Sergio Ramelli, ucciso a diciannove anni da un commando di estremisti di sinistra, era un “fascista”. Ed è per questo che le paladine della libertà si sono sentite libere di “sanzionare” anche lui a colpi di bomboletta spray. A Perugia, infatti, la rotatoria Sergio Ramelli, inaugurata neppure un anno fa dalla giunta Romizi nonostante la levata di scudi del Pd, è stata tappezzata da scritte come: “Fasci appesi coi reggiseni” e “Tremate le streghe sono tornate”. Le immagini che denunciano l’imbrattamento sono apparse sul sito internet dedicato a Ramelli assieme ad un comunicato. Le femministe che hanno agito, si legge, sono delle “disadattate senza dignità” e “figlie della cultura dell’odio e della distruzione” che “si sentono forti offendendo la memoria di una ragazzo di diciannove anni, brutalmente assassinato dai loro degni compagni antifascisti di ieri”.

I festeggiamenti dell’8 marzo si sono trasformati in vandalismo pure a Roma. Stavolta a finire nel mirino delle femministe militanti è la sede dell’associazione Pro Vita Onlus di viale Manzoni, già nell’occhio del ciclone per la sua adesione al Congresso mondiale delle Famiglie, che si terrà a Verona dal 29 al 31 marzo. Gli “argomenti” sfoderati dalle pasdaran dell’autodeterminazione sono sempre gli stessi: minacce e graffiti sulle saracinesche abbassate. “Se fare figli lo decido io, avrà altro da fare il vostro Dio” ma anche “Pro my life, against yours” (ovvero “Per la mia vita, contro le vostre”). “Non ci facciamo intimorire, andiamo avanti sereni”, è il commento telegrafico di Toni Brandi, presidente di Pro Vita.

A Palermo, invece, le “brave ragazze” di Non una di meno hanno direttamente dato fuoco ad una bandiera della Lega.

Insomma, ha ragione il consigliere del Carroccio alla Regione Sicilia, Tony Rizzotto, quando afferma che un gesto simile “evoca tempi bui”. Così come li evocano tutti gli altri episodi di intolleranza che hanno scandito la giornata di ieri.

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