Per fermare questo orrore, fermate subito gli sbarchi

Il fondatore di Open Arms posta su Twitter tre foto choc che ritraggono i cadaveri di alcuni bimbi sulle spiagge libiche. Ma per evitare che questo orrore si ripeta bisogna solo azzerare le partenze

Per fermare questo orrore, fermate subito gli sbarchi

Per tre giorni quel corpicino, ancora gonfio d'acqua del mare, è stato ricoperto dalla sabbia e dalla salsedine. Poi i militari lo hanno raccolto e portato via. Adesso riposa in pace, sotto terra. Lo hanno sepolto nel cimitero di Abu Qamash, non tanto distante dalla costa di Zuwara dove, con molta probabilità, tutto ha avuto inizio. Non ha un nome, quel corpicino. E, anche se lo avesse, non ci sarebbe certo la fila di parenti a posargli un fiore bianco sulla lapide e a sussurrargli una preghiera per accompagnarlo nell'aldilà. Ce ne sono tanti, in Africa, di bambini morti che non vengono pianti dai genitori. Ad ammazzarli sono la fame, le guerre, le malattie. L'Occidente è abituato a vedere sagome scheletriche con le pance gonfie e gli occhi in fuori. Poi, però, basta un post su Twitter a risvegliare l'indignazione generale.

È stato Oscar Camps, il fondatore della spagnola Open Arms, una delle tante ong che da anni scorrazzano nel Mediterraneo Centrale e riversano i clandestini recuperati tra le onde sulle nostre coste, a postare tre fotografie devastanti. Due di queste ritraggono i cadaveri di due bambini. Uno è il piccolino portato dai militari al cimitero di Abu Qamash nei giorni scorsi. "Sono ancora sotto shock per l'orrore della situazione, bambini piccoli e donne che avevano solo sogni e ambizioni di vita - ha scritto su Twitter - a nessuno importa di loro". E poi ancora in un secondo post pubblicato dalla ong: "Corpi abbandonati. Vite dimenticate. L'orrore tenuto lontano perché scompaia. Vergogna Europa". Quegli scatti drammatici hanno così fatto irruzione al Consiglio europeo iniziato ieri sera e che, proprio su richiesta del nostro Paese, ha avuto all'ordine del giorno anche il tema dell'emergenza immigrazione. Quello che il premier Mario Draghi pretende dall'Unione europea, anche a fronte degli sbarchi, che nell'ultimo mese sono più che triplicati, e dei continui naufragi, è un cambio di passo nelle politiche comunitarie. Un cambio di passo che superi, una volta per tutte, l'approccio emergenziale del problema e affronti in un contesto europeo coordinato il nodo degli sbarchi e delle successive redistribuzioni. Nonostante il pressing di Palazzo Chigi, durante il summit, come ha fatto sapere il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, la questione "non è stata affrontata nel merito". Bisognerà aspettare il prossimo vertice, che si terrà a giugno, per farlo. Nel frattempo l'Italia continuerà a combattere in prima linea, da sola.

La fotografia del piccolo di Zuwara ricorda tanto quella di un altro bambino: Alan Kurdi. A soli tre anni era stato ritrovato anche lui, senza più vita, su una spiaggia. Era il 2 settembre del 2015 e, quando apparve sui giornali di tutto il mondo, lo scatto della fotografa turca Nilüfer Demir divenne immediatamente il simbolo della crisi dei migranti che, in seguito alla guerra civile in Siria, aveva travolto l'Unione europea. Per giorni, forse anche settimane, le vignette del siriano avevano invaso le bacheche di Facebook e riempito le bocche di politici e associazioni umanitarie. Si erano tutti ripromessi di risolvere l'emergenza e di fare in modo che immagini del genere non ne avremmo più viste. Pura utopia. Il problema non fu mai risolto e il numero dei morti continuò a crescere nell'indifferenza generale. Perché i numeri e le percentuali sono un'idea inconsistente, mentre le immagini catturano (anche se per poco) l'attenzione. E così il miracolo del militare spagnolo, che qualche giorno fa ha salvato un neonato dalle onde del mare e che tutti i quotidiani hanno raccontato in prima pagina, ha risvegliato tutti quanti dal torpore. Per poco.

Non sappiamo chi abbia messo su una nave il piccolo di Zuwara. Né da cosa stesse scappando, se da una guerra o dalla fame. O se stavano tutti inseguendo il miraggio di una vita migliore in Italia o in Europa, senza sapere che, superato il Mar Mediterraneo, li avrebbe attesi comunque una vita difficile. È per questo che la soluzione a questo dramma non può essere quella sventolata da Oscar Camps su Twitter o da Enrico Letta alla direzione del Partito democratico. Non è certo la regolarizzazione dei flussi. Per salvare vite bisogna azzerare gli sbarchi. Per salvare vite bisogna fare in modo che nessuno più parta dalle coste del Nord Africa. Ne era convinto anche Marco Minniti che, quando aveva preceduto Matteo Salvini alla guida del Viminale, aveva avviato una serie di incontri con i capi di Stato africani per risolvere l'emergenza alla radice. Una strategia che aveva ovviamente scontentato tutti gli ultrà dell'accoglienza che, invece, sognano ponti umanitari per far venire quanti più stranieri nel nostro Paese. Solo azzerando le partenze, invece, si evitano quelle drammatiche morti che destano indignazione soltanto a giorni alterni. Solo azzerando le partenze, si evitano schiere di invisibili che dai centri di accoglienza fuggono ai margini delle nostre città. Solo azzerando le partenze, possiamo sperare di tornare più umani.

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