Folla e regole, se il consenso fa più paura del contagio

Più di qualsiasi considerazione, fa fede il timing con cui la politica ha scelto di dire la sua sugli assembramenti in piazza Duomo in occasione dello scudetto dell'Inter

Folla e regole, se il consenso fa più paura del contagio

Più di qualsiasi considerazione, fa fede il timing con cui la politica ha scelto di dire la sua sugli assembramenti in piazza Duomo in occasione dello scudetto dell'Inter. Una reazione lenta e con il contagocce, perché il consenso preoccupa più del Covid. E non solo l'Inter è la seconda squadra del Paese come numero di tifosi, ma Milano è anche uno dei capoluoghi più importanti tra quelli che a settembre saranno chiamati a eleggere un nuovo sindaco. Insomma, un mix pericolosissimo per i partiti che, non a caso, hanno fatto il possibile per smarcarsi dall'inevitabile querelle che ha seguito i festeggiamenti di domenica sera. Salvo qualche voce da Forza Italia (Licia Ronzulli e Roberto Occhiuto) e una prudentissima presa di distanza del governatore della Lombardia Attilio Fontana («l'importante è che eventi del genere non si verifichino più»), è calma piatta fino a ora di pranzo. Tace il sindaco di Milano Beppe Sala. Corre per la riconferma ormai da dicembre e, seguendo il peggiore dei copioni, decide di mandare avanti il prefetto. Come se si trattasse di un problema squisitamente di ordine pubblico e dimenticando che in occasioni simili - chiedere a Chiara Appendino - il primo cittadino può essere considerato responsabile non solo sotto il profilo politico ma anche sotto quello giuridico. È il prefetto Renato Saccone, quindi, a spiegare che «chiudere piazza Duomo sarebbe stato inevitabilmente occasione di ancora più densi e rischiosi assembramenti». «Sotto ogni profilo», aggiunge come per dire che anche dal punto di vista della prevenzione alla pandemia si è sostanzialmente fatto il meglio possibile. Come Sala, almeno fino all'ora di pranzo, tace pure Matteo Salvini, uno che se ha da dire una cosa dispensa dirette Facebook anche all'una di notte. Invece niente, se non - da milanista - i «complimenti all'Inter» per la vittoria.

Così, almeno, fino a metà giornata. A dimostrazione del fatto che il tema è sensibile, perché - si sa - il calcio è da tempo il nuovo oppio dei popoli ed è capace di spostare consensi più rapidamente di un avviso di garanzia. La vicenda della Superlega ne è la conferma più evidente, visto che in poche ore è riuscita ad incendiare tutta l'Europa, mobilitando primi ministri (da Boris Johnson a Emmanuel Macron, passando per Mario Draghi) e praticamente i leader di tutti i partiti. Non a caso, se Salvini non fosse stato alle prese con il caso Fedez e le surreali dichiarazioni dei consiglieri regionali leghisti che il rapper ha citato per nome e cognome alla festa del primo maggio, è altamente probabile che il silenzio sarebbe continuato. Invece, la sempre attenta macchina della comunicazione leghista deve aver fatto un ragionamento di costi-benefici. E, anche se dopo molte ore, alla fine l'ex ministro dell'Interno ha deciso di dire la sua. «Sala non poteva far entrare 20mila tifosi in uno stadio che ne contiene 80mila invece di tacere e scappare? Milano ha ancora un sindaco?», si chiede Salvini su Twitter. Che attacca il primo cittadino, ma si guarda bene da qualunque critica possa solo sfiorare uno dei trentamila tifosi interisti che domenica erano assembrati per il centro di Milano, moltissimi persino senza mascherina.

Ecco, è solo a questo punto - incredibile ma vero - che Sala si palesa. Un sindaco che non ha sentito il bisogno di spiegarsi con la cittadinanza su una vicenda obiettivamente indifendibile e che ha fatto il giro dei siti d'informazione di tutta Europa, decide di parlare solo per rispondere alle critiche di un leader politico. Che, non a caso, rappresenta il principale partito avversario con cui si dovrà confrontare alle elezioni di settembre. E anche Sala senza un riferimento agli assembramenti dei tifosi. Non tanto perché sono interisti come lui, quanto - più banalmente - perché sono elettori. L'unica dichiarazione pubblica del sindaco di Milano, dunque, è per rispondere all'obiezione di Salvini: «gli stadi «sono chiusi» e comunque «non sarebbe possibile far entrare e uscire 20mila tifosi senza che si assembrino».

Sembra uno scherzo, ma è tutto vero. Come se l'Italia non avesse avuto 121mila morti di Covid, come se la Lombardia non fosse la regione che ha pagato il tributo più alto alla pandemia. In termini di vittime e di sacrifici economici. Ma a settembre si vota e sono queste le ferree regole della realpolitik.

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