La fradicia geografia del disastro senza fine

Basta mettere a confronto queste poche parole. «Stato di allerta dei vigili del fuoco di Castellammare di Stabia, dove la pioggia incessante ha provocato lo straripamento del fiume Sarno e l'allagamento della via Ripuaria». E poi: «Le acque del fiume Sarno hanno invaso la carreggiata in via Ripuaria, al confine tra Pompei e Castellammare di Stabia». L'eterno ritorno della cronaca è in questi due lanci di agenzia. La prima la batte l'Ansa alle 22.23 di un martedì di ventuno anni fa. Castellamare di Stabia, 5 maggio 1998. Il secondo lancio è di ieri, 24 novembre 2019. Stesso posto, stesso allarme. E stessa Italia.

Piove e il nostro Paese fa i conti con la fragilità di un territorio in dissesto idrogeologico generalizzato. Lo fa ripescando dalla memoria i soliti nomi, che sono i luoghi delle tragedie già piante, dei soldi pubblici già spesi (male, con tutta evidenza), della politica che ha già arrancato dietro il penultimo disastro (l'ultimo dovrà ancora arrivare), delle accuse già lanciate e dei barili già scaricati.

Era il fiume Sarno - nel '98 i morti dell'alluvione furono 160 - ma poteva essere il Tanaro, che in queste ore assieme al Po e al Bormida sta assediando il Piemonte, così come fecero nel '94, con 70 vittime e oltre duemila sfollati. O ancora il Polcevera o il Bisagno, che in Liguria conoscono fin troppo bene e non da ieri, e lo ricordano nel 2014, e ancora prima nel 1993, e nel 1970, e nel 1947. È la Calabria, che trema oggi davanti al fango che invade le strade così come accadde soltanto un anno fa. È Venezia che conta i danni dell'acqua alta e i miliardi spesi per il Mose, la più grande opera di ingegneria civile che il mondo abbia - letteralmente e nonostante i 35 anni di gestazione - mai visto, è la Sardegna che osserva e spera, perché sta piovendo come pioveva sei anni fa, quando l'isola pianse diciannove morti.

È la geografia fradicia di un Paese in emergenza permanente, ormai arreso all'evidenza: quello che non dovrebbe accadere più accadrà ancora. Un'altra vittima, ieri. Per non dimenticare. Ma è fin troppo facile non dimenticare la storia, se la storia è sempre la stessa.

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