Una serata come altre, l’uscita dal lavoro il sabato sera dalla redazione del quotidiano Libero e poi il treno fino a casa. Un percorso che il giornalista Alessandro Gonzato percorre regolarmente ma che nella serata di ieri si è trasformato in un incubo quando, poco prima di scendere dal treno, soggetti di origine magrebina l’hanno aggredito per rubargli la catenina d’oro che aveva al collo, nulla di eccessivamente prezioso, almeno economicamente, ma dall’enorme valore affettivo.
Tutto è accaduto alla stazione di Villapizzone, periferia di Milano, dopo un breve tragitto dalla stazione di Lancetti durante il quale il gruppo di maranza ha puntato il giornalista, “chi andava su dalle scale, chi tornava subito giù, chi mi girava attorno, però quelle sono cose che se prendi i mezzi pubblici a Milano vedi spesso, cioè sembrava che loro stessero controllando se c'era il controllore”, ci spiega al telefono. Poi è stata una questione di attimi: Gonzato in una mano aveva il telefono, nell’altra il borsone della palestra e con la coda dell’occhio si è accorto che uno di quelli gli si era fatto sotto, “era a un centimetro da me”. Il giornalista ha avuto giusto il tempo di chiedere cosa stesse facendo, che in un attimo il soggetto gli ha messo una mano al collo e gli ha strappato la catenina.
A quel punto l’aggressore è sceso, Gonzato l’ha rincorso ma sulla banchina c’era un altro del branco che l’ha colpito con un pugno alla nuca, dietro l’orecchio. “Il mal di testa di oggi è questo”, ci spiega mentre racconta, assicurando che a parte questo, e un po’ di dolore al collo dovuto allo strappo, non ha subito conseguenze peggiori. Sulla banchina Gonzato è stato accerchiato dal gruppo e quando è tornato sul treno per recuperare la borsa ha trovato sul pavimento un pezzo della collana che gli era stata appena strappata.
Ma sul treno è salito anche uno dei maranza, che ha raccolto da terra l’altro pezzo della catenina e, quando il giornalista ha provato a riprenderla, ha messo una mano in tasca per prendere qualcosa, “non so cosa ma sicuramente era per colpire”. E quello, ha aggiunto Gonzato, “è l’unico momento in cui ho avuto paura”. Lucidamente il giornalista è arretrato e il branco è scappato. “Di solito per non avere problemi puntano i soggetti deboli, anziani, donne e ragazzini: io sono 1,90, evidentemente sapevano di potersi prendere un rischio simile perché armati”, ci ha detto Gonzato, che ha sporto regolare denuncia ai carabinieri ma senza la speranza di ottenere un risultato.
“Mi ha colpito che quando sono risalito sul treno il pezzo della catenina era ancora lì, nessuna delle persone presenti ha avuto il coraggio di raccoglierla. Non do colpe a nessuno, hanno fatto bene a non intervenire prima, anche perché erano tutte donne, ma mi ha colpito il fatto che fosse palese che avessero terrore che uno di questi le vedesse recuperare la refurtiva. Poi uno una di queste signore, una straniera, mi ha detto ‘Guarda, questi lo fanno tutte le sere’".
L’impunità è l’arma più forte per questi soggetti, che sanno di non subire alcuna conseguenza per i loro reati: anche se vengono fermati, vengono rimessi in libertà e poche ore dopo sono di nuovo in quegli stessi luoghi a compiere gli stessi reati.
“Potevano prendermi il telefono perché ce l'avevo in mano, potevano prendermi i portafogli che avevo nella giacca, invece hanno puntato alla collanina, che era anche difficile da vedere: sono professionisti di queste azioni”, è l’amara conclusione di Gonzato, ancora dolorante ma fortunatamente integro.