La frode dei prosciutti: ecco come gli allevatori "falsificano" il marchio dop

Il caso dei prosciutti di Parma e San Daniele, fatti con carni di maiale allevati in Italia, ma figli di scrofe inseminate con maiale danese

La frode dei prosciutti: ecco come gli allevatori "falsificano" il marchio dop

La grande frode dei prosciutti. Già, perché – secondo un'inchiesta di Report – un prosciutto di Parma e San Daniele su tre è contraffatto, ovvero fatto con carne di maiali allevati in Italia, ma figli di scrofe inseminate con maiali danesi.

È così che vengono aggirati i ferrei requisiti del marchio Dop, denominazione d'origine protetta, garanzia (in teoria) della bontà e dell'autenticità del prodotto.

E invece, secondo quando scoperto dall'inchiesta di Emanuele Bellano, Alessia Cerantola e Greta Orsi (intitolata "La porcata" e in onda questa sera su Rai Tre in prima serata), "terminata la stagionatura, se andrete ad acquistare un prodotto marchiato Parma, rischierete una volta su tre di essere frodati".

Al centro di tutto, come detto, il ruolo del maiale danese "durok", più magro, molto richiesto, ma escluso dal disciplinare di produzione che consente di ottenere, appunto, il prestigioso marchio Dop. Questo succede per il Parma e anche per il San Daniele.

Le forze dell'ordine hanno indagato e hanno agito: gli accertamenti condotti dagli ispettori del ministero dell'Agricoltura e dai Nas hanno portato al sequestro di un milione di cosce di prosciutto, per un valore di mercato complessivo di circa 100 milioni di euro; i prosciutti ai quali è stata tolta l'etichetta Dop sono risultati essere pari al 20% della produzione annuale di Parma e San Daniele, per l'appunto.

Un ginepraio di interessi e contro-interessi nei quali l'inchiesta cerca di

districarsi e che getta un cono di luce anche sulla realtà dei cosiddetti allevamenti sostenibili dove i maiali sono ammassati, si mordono le orecchie a vicenda e sono tenuti in compagnia anche da orde di topi.

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