Gillo Dorfles è davvero morto?

Il 12 aprile del 1910, nasceva a Trieste Gillo Dorfles. In questa intervista a Fabio Francione - autore di Gillo Dorfles. Vivere il presente osservando il futuro - ripercorriamo la sua esistenza

Gillo Dorfles è davvero morto?

Può un morto non esser realmente scomparso? Sì, se si chiama Gillo Dorfles. Un breve riassunto per chi - suo malgrado - non conoscesse la sua vita: il suo vero nome era Angelo Eugenio ed era nato a Trieste il 12 aprile del 1910, da padre goriziano e madre genovese. Si laurea in medicina, specializzandosi in psichiatria, ma continua a coltivare la pittura, lo studio dell'estetica e dell'arte. Nel 1948 fonda il Movimento per l'arte concreta e, successivamente, porta in Italia il termine kitsch. Tutti lo vogliono. Tutti lo cercano. Si impone come critico d'arte, ma anche come critico dei costumi. Muore il 2 marzo del 2018. Oggi, Fabio Francione gli ha dedicato un libro: Gillo Dorfles. Vivere il presente osservando il futuro.

Chi era Gillo Dorfles?

Non ci sarebbero molti modi per dirlo. Lui stesso sembra aver indicato una strada, certo non la sola percorribile, ma affermando che poca importanza avevano i suoi fatti privati un indirizzo sicuro l'ha dato: sono i suoi scritti, i suoi libri, le lezioni, i viaggi e gli incontri. Basterebbero questi, peraltro una produzione copiosissima a tracciare un possibile - e per quanto parziale – veritiero profilo intellettuale. Per la biografia bisognerà attendere e dico che c'è anche qualcuno che potrebbe scriverla. La sua riservatezza era proverbiale, ma non con chi entrava in confidenza, questo a sentire chi aveva avuto la fortuna di frequentarlo in modo assiduo e continuativo. Tuttavia con raffinatissima “civetteria” Dorfles aveva disseminato la sua opera, presa ovviamente in toto, quindi libri, articoli, recensioni, interviste, di più o meno evidenti episodi biografici. Una sorta di autobiografia parallela se così vogliamo dire. Soltanto nell'ultima parte della sua lunghissima vita consentì di curare libri che erano vere e proprie memorie e addirittura stralci di suoi appunti, i cosiddetti taccuini intermittenti. Di certo in Dorfles si sono intrecciate più o meno manifestamente una vocazione creativa (il pittore “clandestino” e la recente scoperta di una giovanile produzione poetica) e una critica (la leggendaria flânerie con cui era capace di passare con rara sagacia intellettuale da teorie filosofiche a giudizi sul costume, la moda e la società), con una irregolarità che ha pochi eguali nel XX secolo. E di irregolari il '900 ne ha consegnati molti e in tutti i campi dell'arte e del sapere.

Dorfles artista. Un lato che pochi conoscono: com'era?

Premetto che la definizione di “pittore clandestino” evocata in precedenza è prelevata dal titolo di una delle prime mostre organiche a lui dedicate e a cui negli ultimi vent'anni ne seguirono molte. Le più importanti, a mio avviso, furono: “L'avanguardia tradita” a Milano, curata da Luigi Sansone, autore anche del catalogo ragionato delle opere, e “Essere nel tempo” a Roma. Quest'ultima infiocchettata, su una stratificazione di studi altrui, da Achille Bonito Oliva. Dorfles pittore lo è sempre stato e ha continuato a dipingere fino all'ultimo. Tuttavia l'acquisita statura critica per molti anni gli impedì – letteralmente – di tirar fuori le sue opere. Com'era come artista? Come giudicare, anzi osservare la sua pittura, togliendo ovviamente di mezzo il Dorfles critico e filosofo? Anche se l'artista e il filosofo a me sembrano, una volta storicizzati, compenetrarsi l'un con l'altro. Uno non potrebbe esistere senza l'altro. Comunque, vedo il suo modo di essere artista e nella sua piena complessità come un profondo attraversamento del '900, la cui pluralità di proposte sia nello sperimentalismo sia nell'avanguardia ha in fin dei conti consentito una libertà di espressione e un mescolamento di teorie e pratiche che non ha riscontro nel passato. Sulla qualità e quantità di queste proposte c'è da discutere. Detto questo: la mia preferenza va alle opere degli anni trenta e quaranta. La serie dei paesaggi volterrani competono con i paesaggi di Poggio a Caiano di Soffici e con i marchigiani del primo Licini. I “matti” poi aprono discorsi inediti (e mi piacerebbe chissà un giorno aprirli, dopo il piccolo riscontro espositivo con le “pazzerelle” di Testori, ad un confronto con i disegni da Rodez di Artaud). Scenari nuovi si riscontrano anche negli ultimi disegni che ruotano intorno a “V.I.T.R.I.O.L.”. Qui però si entra in argomenti delicati e di altra natura. E si attende la mostra annunciata delle opere realizzate poco prima di morire nel 2018 e sui disegni dell'abbecedario. Poi forse si potrà misurare definitivamente qual è stata la presenza di Dorfles pittore, ceramista, scultore ed illustratore nell'arte italiana ed europea.

Con la sua ironia, Dorfles, nelle Buone maniere ricorda di come l'esperienza americana lo liberò da un peso: il tagliare la carne con la mano destra e mangiarla con la sinistra. Una vera liberazione. Ironia a parte: quale fu il vero contributo dell'esperienza americana per Dorfles?

Innanzitutto, “La mia America” è l'ultimo libro di Dorfles, pienamente da lui accettato e affidato alle cure di Luigi Sansone che in un'introduzione che è quasi un libro nel libro ricostruisce le tappe sia del primo viaggio americano sia di tutti gli altri. Come sovente gli è capitato, quasi inconsapevolmente, questo lo dico io, Dorfles si è trovato ad annusare intellettualmente il nuovo che s'affacciava alla ribalta. Dunque, spicciamente perché consiglio di recuperare “La mia America”, ma ne parlo anche nel mio “dorflesino”, la sua andata negli Stati Uniti gli consente di capire e di entrare in contatto con correnti artistiche, scientifiche, filosofiche ed economiche che s'aprivano tra la seconda metà degli anni quaranta e la prima metà del decennio successivo, cioè all'indomani dell'oscuramento culturale del nazifascismo, cominciavano ad essere conosciute ed in certo qual modo a colonizzare l'Europa. Dorfles fu tra i primi ad esserne “contagiato”.

Nel tuo libro, incentrato sulla figura di Dorfles, parli anche di Testori. Come mai?

Il “dorflesino”così familiarmente ho inteso chiamare il mio librino è la raccolta “ricaricata” di tutti gli articoli e interventi che avevo scritto in più di quindici anni su Dorfles. Tra questi vi sono anche i pezzi che avevo scritto curando con Davide Dall'Ombra a Casa Testori l'omaggio ai quarant'anni della Legge 180. Cosa di meglio se non incrociare Basaglia con i matti di Dorfles e le matterelle di Testori? I gradi di separazione sono veramente pochissimi, addirittura contigui. Su questa piattaforma concettuale si è costruita una piccola mostra che secondo me ha ancora molto da dire nei suoi derivati, alcuni dei quali si possono leggere nel mio libro.

Dorfles portò in Italia il termine kitsch: come mai fu attratto da questa forma artistica così particolare?

Tenendo a mente l'altezza di anni in cui Dorfles sdogana il termine in Italia, è nel '68 che per Mazzotta esce l'ormai epocale “Antologia del cattivo gusto”, ma già in “Miti e riti” di tre anni prima lo studioso - come nota giustamente Angelo Trimarco - già metteva in mostra le possibili relazioni tra Kitsch e cultura, ritengo che tale relazione indipendentemente dal fatto artistico e concettuale che porterà all'accettazione di un gusto che si livella al contatto con l'oggetto che vuol essere pretestuosamente anche artistico, ciò gli abbia dato la possibilità di cartografare molti dei comportamenti umani a venire. Non vorrei sbagliarmi, ma credo che di fondo ci sia questa evidenza. Ovviamente insufflata dall'ironico e inimitabile gossip intellettuale dorflesiano.

Ma, citandoti, Dorfles è "veramente morto"?

Come dice un amico: Dorfles è magico e ciò credo basti a renderlo attuale.

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