Cronache

"Il giornalista d'inchiesta come un investigatore". Parola di un ex agente della Digos

Agente e analista per la Digos Gianluca Prestigiacomo, racconta la sua esperienza. E sarà uno degli ospiti della Academy di InsideOver

Il giornalista d'inchiesta come un investigatore. Parola di un ex agente della Digos

Passare oltre trent’anni tra le fila della Digos per poi diventare giornalista. È esattamente ciò che ha fatto Gianluca Prestigiacomo, per certi versi un unicum. Agente e analista per la Digos di Venezia dagli anni Ottanta fino al 2021, nella sua carriera ha attraversato fasi delicate della nostra storia repubblicana. In prima persona, tanto per citarne alcuni, si è occupato di casi particolarmente spinosi come lo scandalo Iran – Contras, che ha visto nell’Italia un importante crocevia; si è occupato del traffico d’armi tra il nostro paese e l’ex Jugoslavia; si è occupato di Brigate rosse e di eversione nera, affiancando il magistrato Felice Casson in importanti inchieste che hanno toccato l’organizzazione semi-clandestina Gladio, la strage di Peteano e quella di Piazza Fontana, nell’ambito della quale, per un certo periodo, si è occupato della custodia di Carlo Digilio, lo “zio Otto”, artificiere dell’ordigno che ha dato il via alla cosiddetta strategia della tensione. In un recente libro, Prestigiacomo ha anche raccontato l’esperienza che più di tutte l’ha segnato nel profondo: il G8 di Genova dove, alla testa del corteo delle Tute bianche di Luca Casarini, ha assistito alla genesi dei violentissimi scontri che hanno portato alla morte di Carlo Giuliani. Una carriera intensa, costellata di importanti successi professionali e di immancabili intrighi da cui ha sempre cercato di tenersi alla larga, operando nel pieno rispetto delle istituzioni e con grande senso del dovere. Eppure Prestigiacomo non ha mai nascosto la sua vera passione: quella per il giornalismo, al punto che, una volta andato in pensione, non ha aspettato neanche un giorno e si è buttato a capofitto in una nuova avventura professionale. Ospite del corso di giornalismo d’inchiesta della Newsroom Academy di InsideOver nella prima giornata, quella del 15 ottobre, gli abbiamo fatto qualche domanda.

Da studente credevi che il tuo destino sarebbe stato quello di lavorare in una redazione, invece sei finito nella Digos. Ci racconti com’è andata?

È stata una decisione maturata nell’ambito delle mie “scorribande” giovanili, o meglio, del mio impegno politico da studente. Ero iscritto alla Figc, all’epoca noi studenti eravamo molto coinvolti da quello che accadeva tutto intorno a noi, dallo scenario politico particolarmente complesso della fine degli anni Settanta. Durante le manifestazioni notavo spesso la presenza di agenti in borghese di quello che prima era l’Ufficio politico e che poi è diventato Digos. Ero affascinato dal ruolo che svolgevano, un ruolo di mediazione per cercare di non far sfociare le manifestazioni in exploit di violenza. Poi un giorno, semplicemente, sono stato avvicinato da uno di loro. Io, studente di sinistra, vengo arruolato da quella branca della polizia da sempre considerata di destra. Sin da subito mi sono accorto di quanto ciò non corrispondesse alla realtà. Nonostante questo non ho mai abbandonato la mia passione per il giornalismo e nel 2007, mentre ero ancora in servizio, mi sono iscritto all’ordine.


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Di casi come il tuo non devono essercene molti: un agente Digos impegnato in attività molto particolari che, allo stesso tempo, coltiva la passione per il giornalismo. Nella tua attività, qual è stato il rapporto con la stampa?

Il mio rapporto con i giornalisti è sempre stato un rapporto d’ufficio, più che personale. Nonostante questo ho sempre avuto rapporti cordiali e di stima e ancora oggi sono rimasto in contatto con dei giornalisti con cui ho avuto a che fare negli anni della mia attività. Al di là dei rapporti, in alcuni casi c’è stata collaborazione. Ho sempre sostenuto – e i fatti mi hanno dato ragione – che un buon rapporto con i giornalisti, anche a volte di tipo personale, è importante. O meglio, è importante che almeno un bravo giornalista sia a conoscenza di quello che si sta facendo in ambito investigativo, perché qualora dovesse accadere qualcosa, almeno c’è qualcuno che sa. Chiaramente dev’esserci fiducia, una fiducia costruita nel tempo, dove ciascuna delle due parti – inquirente e giornalista – resti nell’ambito delle proprie competenze, senza forzature e senza che uno dei due venga “usato” dall’altro. Un giornalista può scrivere quello che vuole, anzi, dovrebbe essere la regola, la libertà di stampa dev’essere al primo posto, però nel rapporto tra organi inquirenti e giornalismo intervengono altre dinamiche. Se il giornalista viene a conoscenza di meccanismi investigativi in atto, certamente può fare uno scoop e darne notizia. Ma a quel punto potrà dire addio a qualsiasi collaborazione con gli inquirenti. Se al contrario saprà aspettare il momento giusto, beh, questo è il primo passo verso un percorso fatto di reciproca fiducia e lealtà.

Ti è mai capitato un caso in cui un’attività giornalistica d’inchiesta abbia dato importanti spunti per voi investigatori?

Certo, per ovvi motivi di riservatezza mi avvalgo della facoltà di non rispondere. Quello che posso dire è che ci sono stati degli ambiti specifici in cui l’attività giornalistica è stata importante e anche d’aiuto. I giornalisti e le giornaliste d’inchiesta, almeno quelli e quelle che ho conosciuto io, spesso hanno delle motivazioni talmente forti, una determinazione tale che svolgono un lavoro investigativo quasi alla pari di quello degli investigatori veri e propri.


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Tu sei stato in prima fila al G8 di Genova. Essendo in borghese, hai preso anche delle manganellate e hai potuto vedere con i tuoi occhi l’inferno. In quell’occasione, nei giorni e nei mesi successivi, come si è comportato il giornalismo?

La stampa in quell’occasione ha fatto il proprio mestiere. È stato grazie alla stampa se certi fatti sono emersi. Penso alle violenze alla caserma di Bolzaneto. Anzi, se devo dire come la penso, è stata quella una delle ultime occasioni in cui la stampa ha dato davvero prova di libertà. Poi le cose sono cominciate a cambiare.

Cosa intendi?

Sostengo che ci siano due diversi modi di fare giornalismo. C’è chi si accontenta, chi fa l’impiegato e si limita a timbrare il cartellino. E poi c’è il reporter, il giornalista d’inchiesta. Ecco, da dieci anni a questa parte, ma forse anche di più, i primi sono diventati più dei secondi. E questo per una ragione molto semplice: le redazioni non investono più sulle qualità dei singoli, non rischiano più, sono diventate molto spesso pavide. È un male tutto italiano, questo. Le testate sono troppo spesso vincolate a una fazione politica e questo incide pesantemente sulla qualità del giornalismo, ma non solo. Si tratta proprio di una questione economica e legale: le testate non hanno più la voglia o la possibilità di finanziare un lavoro d’inchiesta e, soprattutto, non offrono la necessaria copertura legale. Parlo di questo con cognizione di causa.

Spiegaci meglio...

Il giornalismo d’inchiesta dà fastidio, c’è poco da fare. Spesso il lavoro dei giornalisti è inibito dalla minaccia di querela. A quel punto il direttore impone uno stop. L’ho vissuto sulla mia pelle. Qualche tempo fa ho proposto a un importante giornale un lavoro d’inchiesta piuttosto delicato e molto ben documentato. Inizialmente c’è stato interesse, poi sono iniziati i tentennamenti, alla fine, nel corso di una telefonata, il mio referente mi ha detto “se te la senti, vai avanti”. In pratica mi ha comunicato sottilmente che il giornale non si sarebbe assunto la responsabilità di fronte alle possibili, anzi, più che probabili querele. A quel punto chi me lo faceva fare?

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