"Noi adesso siamo disperati". Le vittime "nascoste" dei decreti

La movida è stata criminalizzata. Ma dietro ci sono migliaia di imprese e persone in ginocchio senza alcun tipo di aiuto

C’è un vecchio disco dei mitici ’90, tornato in voga da qualche tempo, che forse spiega meglio di tutti cosa si muove dietro una serata in discoteca. Un vero e proprio ecosistema, quello del mondo della notte, abituato a vivere al ritmo degli stroboscopi e alla luce dei neon, nel frastuono della musica più adorata; che ora, dopo il nuovo giro di vite sulla cosiddetta "movida", rischia di scomparire per sempre, nel silenzio assordante dello Stato. Tutto questo lasciando centinaia di migliaia di persone senza un mestiere, ma soprattutto senza alcun genere di sostegno per affrontare un momento così delicato. Il disco si intitolava “L'ultimo della sera”, ogni dj romano era solito metterlo a chiusura. Ma nessuno lo suona da quel maledetto 29 febbraio, data dalla quale la maggiror parte dei locali notturni italiani non ha mai più riaperto i battenti.

Il mondo della "notte" è molto cambiato, ci spiega Giorgio Tammaro - proprietario, insieme alla famiglia Bornigia, del Piper, storico locale romano aperto nel lontano 1965 - ma la voglia di vivere la notte non è si mai spenta. Ora il "rischio" che quel mondo fatto di luci e divertimento, dove molti hanno incontrato il primo amore o la prima boccata di libertà, scompaia per sempre, c'è. "È un vero colpo al cuore vedere i nostri locali in questo stato. Siamo in una condizione disperata a livello economico, e non riusciamo a capire se il governo abbia davvero idea di quanto noi del settore dell’intrattenimento notturno abbiamo davvero bisogno d’aiuto".

La confessione più dura da ascoltare è il dispiacere provato da chi oggi non ha “nessuna certezza". Non sapendo se e quando potrà riaprire la sua attività. "Si rischia una desertificazione del settore, perché non tutti possono contare su una solidità alle proprie spalle: penso a chi ha appena investito per lavori di ammodernamento - il mondo della notte, come ogni impresa, richiede migliorie - e adesso invece si trova chiuso da otto mesi, a pagare affitto e dipendenti che non possono nemmeno essere 'licenziati' per beneficiare della Naspi - dato che la cassa integrazione non sta arrivando. Ma la spesa va fatta tutti i mesi”. “Il governo ci ha dimostrato, in più occasioni durante gli incontri con i rappresentanti di categoria, di non avere la minima contezza di cosa è e come funziona il mondo della notte. Di non conoscere il funzionamento di una vera e propria filiera che rischia di lasciare senza stipendio centinaia di migliaia di persone”.

Un pensiero questo, condiviso anche da Giorgio Passeri, proprietario dello storico Matis di Bologna. “La cosa più squallida e scandalosa da contribuente è sentire le sparate del governo, che va a sbandierare in televisione la cancellazione della seconda rata Imu, facendolo passare come un beneficio generico. Senza sottolineare una 'postilla' non poco importante: possono beneficiare della cancellazione soltanto le aziende che hanno contemporaneamente la gestione e la proprietà del bene. Una percentuale pressoché inesistente in Italia”.

Fino al secondo lockdown, spiega l’imprenditore bolognese, il settore della notte non è stato preso minimamente in considerazione per alcun piano di salvataggio. L’unica speranza per sopravvivere è quella di aver fatto “buoni incassi nella stagione precedente”, almeno per resistere alla condizione di sofferenza imposta dalla chiusura prolungata nella totale assenza di entrate e ristoro. A fronte del pagamento di affitti, e di "tante spese che chi non fa l'imprenditore neanche immagina". Perché il mondo della notte “è fatto di imprenditori che attraverso i loro locali coinvolgono centinaia di persone: tra barman, camerieri, operatori della sicurezza, performer, guardarobiere, tecnici audio e luci, Dj e molto altro”. Non è solo divertimento, come molti neofiti potrebbero pensare superficialmente.

Maurizio Santoro e Enrico Berruti, entrambi a capo di aziende che offrono il servizio di sicurezza necessario a ogni tipo di evento, raccontano un altro volto della crisi occupazionale causata dalla completa chiusura dei locali. ”In Italia ci sono almeno un centinaio di migliaia di operatori di sicurezza”, spiegano. “Dalle chiusure, che hanno colpito soprattutto i locali invernali - nella maggior parte dei casi mai riaperti - moltissimi sono rimasti senza lavoro. Percependo una cassa integrazione anche inferiore ai 100 euro al mese”. Il perché di tutto questo? “Perché il contratto da operatore addetto ai servizi controllo - il “buttafuori” come li chiamavano un tempo - spesso ha un minimo garantito molto basso, essendo il suo impiego estremamente modulare”, spiega Berruti, giovanissimo imprenditore del settore. “Gli operatori di sicurezza - come tanti altri mestieri legati al mondo dell’intrattenimento notturno - lavorano a chiamata e la cassa integrazione italiana prevede la percentuale totale sul fisso e non sulle ore variabili; questo vuol dire che alcuni operatori si sono visti arrivare - sempre con tre o quattro mesi di ritardo - casse integrazioni di 45 euro per vivere 30 giorni”. Un brutto colpo per chi deve mantenere una famiglia e non può “reinventarsi”.

“Noi abbiamo fatto molto per garantire il distanziamento e l’uso adeguato della mascherina e siamo stati primi a non tollerare comportamenti inadeguati nei locali che hanno riaperto a maggio”, racconta invece Maurizio Santoro, leader del settore nella capitale con una lunga esperienza alle spalle e 150 operatori di sicurezza sotto la sua ala. “Ci siamo trovati a lavorare con proprietari e gestori che volevano regole più rigide di quanto imponessero i dpcm della riapertura“, e questo proprio per cercare di rimanere aperti. Ma tutto l’impegno è valso a nulla. Come gli investimenti per la formazione del personale e l’acquisto di dispositivi di sicurezza richiesti dal governo". Secondo Santoro, a questo punto, i locali dovrebbero essere riaperti solo ed esclusivamente in piena sicurezza, consentendo l’accesso ai clienti dopo aver effettuato un tampone rapido.

Un’idea folle? C’è chi ha tentato e ha funzionato. "Se lo stato sovvenzionasse le proposte, si fornirebbe anche un servizio alla società: “Sai quanti asintomatici potremmo individuare? Sarebbe un monitoraggio su tutto il territorio nazionale sui più giovani, che oggi rappresentano, secondo i virologi, il problema nella seconda ondata”. Una linea concorde con quella del professionista nel settore dell'ospitalità Gianluca Blasi, che realizzando eventi a tutto tondo e in tutta Italia, sottolinea la necessità di ripartire solo quando si potrà garantire la sicurezza ai clienti. "Non si può eliminare la socialità dalle nostre vite ma senza indicazioni precise del governo, e aiuti concreti per raggiungere una data utile, non si può riaprire commettendo l'errore dell'estate". Altrimenti si rischia un "apri e chiudi" continuo. E chi già adesso vede approssimarsi il fallimento? "In un mondo come quello dell'intrattenimento notturno, spesso molto competitivo e per questo divisivo, la lungimiranza è tutto". "Molti hanno vissuto alla giornata per tanti anni, e adesso si trovano soli, in un campo dove la solidarietà tra 'colleghi' si sviluppa solo nei momenti più difficili".

La protesta dei bauli in Piazza Duomo a Milano

Ci vorrebbe lo Stato, come negli altri campi. Ma per molte delle categorie che fatturano attraverso i codici Ateco collegati agli innumerevoli servizi d'intrattenimento, lo Stato non c'è. È quanto sostiene Gabriele Fruscella, disk jockey e fornitore di servizi audio e luce che opera su scala nazionale, e lamenta un decremento del 80% del fatturato. "Le date cancellate? Oltre 50 solo quest'estate. E adesso con la nuova chiusura si naviga a vista. In Italia saremo almeno 200mila a fare i Dj. E altrettanti sono gli operatori luci, o i tecnici del suono. Non è facile trovare un nuovo mestiere dal giorno all'altro, quando hai dedicato la vita ad essere bravo nel tuo settore".

Lo abbiamo vista a piazza Duomo a Milano, quando lo scorso mese sono stati schierati oltre cinquecento bauli per denunciare silenziosamente la crisi che tocca organizzatori di eventi, facchini e tecnici. "Dato il sistema contributivo complesso, non tutti possono dimostrare quanto hanno fatturato nel 2019 per chiedere quel 'ristoro' che nella maggior parte dei casi non arriverà. Molti di loro non sono minimante tutelati. Ma sono persone che avevano un lavoro, che pagavano regolarmente le tasse, e che adesso rischiano di non poter pagare nemmeno l’affitto”. Le stesse preoccupazioni, gli stessi malumori, ce li conferma anche il milanese Alessandro Giordano, founder di Club Haus 80's: "Milano non si ferma, ma poi si è fermata. Eccome. I nostri locali sono chiusi da febbraio, e l'aria che si respira in giro è pesante". I famosi Pr di cui Milano ha sempre pullulato? "Spariti. Qualcuno cercherà di reinventarsi, ma in questo momento il lavoro non te lo regala nessuno. Non ci resta che aspettare. E sperare bene."

In panorama così vasto e diverso, è difficile trovare una quadra che consenta ad un settore in gravissima sofferenza di muoversi compatto e reclamare ciò che possiamo senza dubbio definire: un diritto a non scomparire dalle nostre vite. Per questo è importate dare voce alla categoria. Nella speranza di riascoltare presto quell’ultimo disco della serata, che ringraziando tutti, ci ricorda come il mondo della notte sia più complesso di quanto si possa immaginare.

Se anche voi siete tra le "vittime" della decisione del governo, raccontateci la vostra storia con una mail a segnala@ilgiornale.it e indicate nell'oggetto "Lavorare è un diritto, diamo parola al mondo della notte”.

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