I diritti (negati) e l'ipocrisia del Vaticano

Hanno un Paese minuscolo: comprensibile che predichino l'accoglienza, ma non la pratichino molto

I diritti (negati) e l'ipocrisia del Vaticano

Vanno capiti: hanno un Paese minuscolo, il più piccolo Stato indipendente del mondo. Comprensibile che predichino l'accoglienza, ma non la pratichino molto, pure per ragioni di spazio. L'ultimo censimento parla di 605 abitanti: tanti (cioè pochi) sono gli abitanti dello Stato della Città del Vaticano. E abitano una superficie di 0,44 chilometri quadrati. Dunque vanno capiti. Ma forse non necessariamente vanno anche sempre ascoltati, senza un minimo di senso critico. Senza ricordare, ad esempio, che in Vaticano è impossibile ottenere la cittadinanza attraverso lo ius soli. Niente da fare: non ci si può nemmeno arrivare per diritti sanguigni. A casa di Papa Francesco e monsignore Nunzio Galantino funziona così. La legge dello Stato del Vaticano è chiara e ovviamente dev'essere nota anche al Pontefice e al segretario generale della Conferenza episcopale italiana. Non si tratta di regole antichissime, al contrario: tutto è indicato nella legge CXXXI, firmata il 22 febbraio 2011 da Papa Benedetto XVI e scritta per sostituire quando concordato più di 80 anni prima, nei Patti Lateranensi del 1929. È la legge vaticana «sulla cittadinanza, la residenza e l'accesso», ed è nata «per adeguare le leggi vaticane all'attuale situazione, tenendo conto dei profondi mutamenti che si sono verificati dal 1929 a oggi». Flussi migratori? Non proprio, Papa Benedetto ha pensato in particolare al personale diplomatico della Santa sede e alla distinzione tra cittadinanza e residenza. Con teutonica legalità pontificia sei anni fa ha deciso di mettere le cose in chiaro: è sicuramente un caso, ma ha sistemato le cose due anni prima di dimettersi e lasciare il posto a Papa Francesco. Spiegando, innanzitutto, chi è cittadino vaticano a tutti gli effetti: i cardinali che risiedono all'interno del Comune di Roma e all'interno della Città del Vaticano, ma anche tutti i componenti della Guardia svizzera e quanti risiedono in maniera stabile nella Casa Santa Marta, dove si è trasferito anche Francesco. Insomma, la cittadinanza è concessa a tutti quelli che risiedono stabilmente nella Città del Vaticano per motivi di ufficio, impiego, dignità e carica. C'è una particolarità e riguarda il Papa e il Segretario di Stato: che possono concedere direttamente la cittadinanza. E il coniuge e i figli di un vaticano? Acquistano la cittadinanza, purché siano conviventi, così come «i fratelli e gli ascendenti». Ultimi casi, quelli in fondo cari alla legge del 2011, riguardano anche i cittadini italiani che per ragioni d'ufficio sono componenti delle rappresentanze italiane della Santa sede. Le possibilità finiscono qui, lo ius soli non è contemplato. E per confermare che le regole sono decisamente (e necessariamente) rigide, ecco contemplati tutti i casi nei quali la cittadinanza vaticana si può anche perdere. Succede «nei casi di atto volontario, per rinuncia all'ufficio, all'impiego» o per abbandono della residente in Vaticano, in caso di «atto imposto per revoca dell'ufficio o dell'autorizzazione a risiedere». E se la coppia scoppia? Ovviamente nessuna pietà, «il coniuge perde la cittadinanza se il matrimonio viene annullato o dispensato, se viene pronunciata la separazione». Dulcis in fundo, niente più cittadinanza qualora «i figli e i fratello di un cittadino vaticano al compimento del venticinquesimo anno d'età siano inabili al lavoro e debbano dipendere dal cittadino vaticano». Amen, alla faccia dello ius soli.

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