I rom di via Idro: "Non sgomberateci, vogliamo vivere così!"

Gli abitanti del campo nomadi più storico di Milano scrivono una lettera al Fatto Quotidiano spiegando perchè non vogliono essere sgomberati. Ecco la loro vita tra furti, accoltellamenti e condizioni disumane

I rom di via Idro: "Non sgomberateci, vogliamo vivere così!"

Gli abitanti del campo di via Idro, un centinaio tra sinti e rom, stanziati ormai da più di 20 anni, non si danno per vinti. Lo sgombero del campo più storico di Milano, autorizzato nel 1989, è ormai alle porte. Le ragioni sono svariate, si va dal pericolo esondazione del fiume Lambro alla sicurezza urbana. Pensate che gli abitanti e le associazioni rom e sinti hanno scritto una lettera alla redazione de Il Fatto Quotidiano, pubblicata la scorsa settimana, dove lamentano le conseguenze dello sgombero. Si legge infatti:"Dovranno abbandonare le loro case, i loro beni, le loro attività, i legami affettivi" proprio ora che "si sono inseriti, hanno creato rapporti con il quartiere nel quale vivono regolarmente". Piagnistei a parte, pensati per intenerire, la realtà dei fatti è ben altra. Entriamo scortati con le nostre telecamere per vedere da vicino le condizioni in cui vivono tutti i giorni bambini e adulti.

Ad accompagnarci c'è anche Silvia Sardone, consigliere di zona 2, che da anni si batte per la chiusura del campo. Lo scenario è piuttosto inquietante: rifiuti ovunque, falò accesi per riscaldarsi, galline, galli e anatre in ogni angolo, odori forti di gomma bruciata. Nel campo troviamo solo donne, bambini e giovani adolescenti. Non c'è traccia di uomini. Scopriremo solo in chiusura al nostro sopraluogo che la maggior parte è in galera per furti e rapine, altri invece sono agli arresti domiciliari.

Incontriamo la moglie di Gregorio, l'uomo che per primo ha costruito la sua dignitosa villetta, con tanto di tende da sole, infissi robusti e arredameto. Questa signora che ci accoglie ha 67 anni ed è a Milano da quando ne aveva venti. "Non so perchè ci vogliono sgomberare, vogliono civilizzarci ma non ci riusciranno mai, zingari siamo nati e zingari moriremo!", ci risponde secca. Proviamo a farla ragionare sulla situazione di degrado, di delinquenza, di esasperazione da parte dei residenti, eppure lei ribatte "il centro non è meglio di qui, tutte le zone sono uguali, e da quando sono arrivati altri zingari dal meridione e dall'Ucraina siamo sempre in lotta, come succede tra marocchini e albanesi!". Ma qui nei vari accoltellamenti c'è scappato il morto, anzi i morti. Tutto quello che vediamo, ci dicono, sia stato regalato: lavatrici, biciclette, roulotte, macchine, vestiti, pentole, gli arredamenti per le case. Del resto, come ci confermano, nessuno nel campo lavora, si vive di elemosina e si va alla Caritas per prendere cibo e vestiti. "Chi ti da lavoro se sei uno zingaro?". Sentendo che lo sgombero è ormai vicino, hanno anche smesso di pulire, si fa per dire, giustificati dal fatto che presto dovranno andarsene. Guardandoci attorno vediamo che ci sono tanti ragazzi robusti accanto ai falò oppure a passeggio tra le villette del campo. A uno di loro domandiamo "cosa fai tutto il giorno per vivere?" la risposta beffarda è "ammazzo le persone!".

Oltre al degrado evidente e alle condizione disumane in cui vivono, l'odore dei rifiuti bruciati è talmente forte da togliere il respiro. Per riscaldarsi oltre alla legna bruciano gomma e materiale di ogni genere, nocivi sia per loro che per i residenti vicini. Domandiamo la provenienza di tanti rifiuti e la risposta sincera ci viene data da un bambino di dieci anni: "Chi vuole vieni qui col camion e scarica a 5 euro!". Viene messo subito a tacere.

Queste sono le loro abitudini, nessuno potrà mai cambiarle. E nonostante i loro appelli al Sindaco Giuliano Pisapia, anche il Comune si è visto costretto ad annunciare lo sgombero. Di finire in centri attrezzati con bungalow, cucine e servizi in comune, non se ne parla nemmeno, perchè per loro la famiglia significa vivere con figli, cugini, zii e nipoti. Tutti insieme, nessuno escluso. Preferiscono rimanere qui, in via Idro, dove si conoscono tutti e ognuno ha il suo pezzo di terra che comanda, con figli che camminano tra i rifiuti, e che hanno smesso di frequentare le scuole da tempo, visto che dopo lo sgombero dovranno cambiare zona e ricominciare tutto da capo.

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