"Io lavandaio, spiego alle donne il segreto del mio successo"

Angelo Gallizzi è uno dei pochissimi lavandai in circolazione. Nella sua "bottega" di Vimodrone, ha dovuto convincere le donne di essere capace di lavare come loro. E grazie al suo segreto anche meglio

"Io lavandaio, spiego alle donne il segreto del mio successo"

Se non fosse per l’insegna rivelatrice, una volta varcata la soglia, il cliente penserebbe di aver sbagliato locale. Perché le pareti in legno lucido, le piccole luci incastonate nel tetto, gli scaffali a fare da vetrina ai capi colorati e soprattutto la persona che ti accoglie, ti danno l’idea di essere entrato in una hall di un albergo di classe. E il proprietario, Angelo Gallizzi, col suo modo cordiale e il suo elegante abbigliamento, sembra il portiere. Invece è un lavandaio fiero. Uno dei pochissimi lavandai in circolazione.

Ti senti un po’ un esemplare raro?

"Eh già".

Hai scelto un lavoro che per tradizione è sempre stato svolto dal genere femminile. Eppure…

Eppure eccomi qui, anche se il lavoro del lavandaio è un lavoro che si deve tramandare, altrimenti devi avere almeno un minimo di conoscenza di questo mestiere”.

Come hai fatto a conoscere i ferri del mestiere?

Io fino a due anni fa non ne sapevo niente, però fin da piccolo avevo visto le nonne fare lavori di casa. Applicato a una lavanderia ti accorgi che non cambia nulla. Solo le dimensioni. Insomma, ho imparato provando e facendo le cose che facevano mia nonna e mia mamma”.

Appunto, le donne. Immaginiamo la scena di una mamma che porta gli abiti del figlio al Lavasecco Mille Bolle Blu ( via Roma 25, angolo ss Padana superiore, Vimodrone) e capisce che a lavarli sarà un uomo. Come la prende?

Mi capitava spesso all’inizio e non è stato semplicissimo. Venivo tartassato di domande mirate e messo alla prova. Erano tutte pronte a trovare il pelo nell’uovo”.

E..?

“Più succedeva più mi galvanizzavo”

Addirittura…

“Sì, perché potevo mostrare il mio sapere, dimostrare quel che valevo e soprattutto spiegare a una donna. Vivevo una doppia sfida: fare il lavandaio e farmi accettare dalle donne che si sentivano più brave di me. Ma questa cosa mi ha stimolato ancora di più”.

Come si fa a reggere la concorrenza con la mole di lavanderie, anche self service, che ormai sono a ogni angolo della strada?

Con il rapporto di fiducia col cliente. Io sono come il medico di base: il paziente non sa quanto sia bravo, spera solo che sia in gamba. Il lavandaio deve saper comunicare e spiegare cosa fa, come svolge quel lavaggio, cosa utilizza, quanto tempo impiega, insomma non nascondere nulla al cliente e trasmettergli la tua dedizione. E poi c’è un segreto…

E sarebbe?

Riguarda il materiale che uso per pulire le macchie più difficili. Non sempre i metodi tradizionali funzionano. Ci sono macchie impossibili da togliere. Ma per fortuna le mie origini calabresi mi hanno aiutato e fin da piccolo vedevo mia nonna fare il sapone in casa che poi utilizzava quando andava alla fiumara per pulire i panni del nonno”.

Il tuo segreto è un sapone?

Sì, un sapone fatto con gli scarti dell’olio di Murga miscelato con soda e scarti di maiali, tutti prodotti genuini che messi a bollire per ore in una grande pentola di rame danno alla luce un pezzo di sapone solido che mi garantisce la pulizia del 99% di macchie. È uno degli sgrassatori più efficaci che io abbia mai visto.

Sembra proprio appassionato dal mestiere…

Mi sento lavandaio. Ora posso dirlo senza presunzione. Come in tutte le cose ci vuole impegno, ma se le fai con attenzione ti accorgi che la soddisfazione ce l’hai anche nei lavori più umili. Per fare il lavandaio non si studia, non c’è un corso, ci vuole solo impegno, abnegazione e umiltà”.

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