“Io trapiantata in quarantena ho imparato a fare i dolci”

Giulia Rossi, trapiantata di cuore dal 1988 e, da pochi mesi, madre di una bellissima bambina, ci racconta come sta vivendo il suo periodo di quarantena da immunodepressa che si tutela dal coronavirus

“Per noi trapiantati non c’è nulla di nuovo. Con il coronavirus corriamo solo un rischio maggiore di contagio, ma non dobbiamo fasciarci la testa”. Giulia Rossi è una ‘veterana’ della cardiochirurgia del Bambin Gesù di Roma, una delle prime pazienti del professore Carlo Marcelletti. Dal 1988 vive con un cuore nuovo e, da pochi mesi, è persino diventata madre di una bellissima bambina, Valeria.

Hai paura del Covid-19?

“Certo, la nostra paura è moltiplicata perché noi trapiantati temiamo che una semplice polmonite possa diventare una miocardite e che il virus, circolando nel corpo, possa creare delle problematiche che si aggiungono alle nostre già preesistenti. I medici ci hanno detto di prendere le dovute precauzioni e di usare guanti e mascherine quando necessario, ma ci hanno tranquillizzato sul fatto che possiamo continuare a fare una vita normale”.

Hai molta fiducia nei medici?

“Sì, nel 2014, quando ho avuto la crisi di rigetto, mi sono sentita subito al sicuro non appena sono entrata in terapia intensiva dove mi è stato spiegato tutto. Noi trapiantati possiamo anche stare male, ma quando entriamo al Bambin Gesù ci sentiamo subito a casa. Quella struttura e l’equipé del dottor Francesco Parisi è il nostro porto sicuro”.

Tu, però, ti sei messa in quarantena volontaria…

“Sì, perché vivo a Modena e l’Emilia-Romagna è zona gialla. Ma ero chiusa in casa già prima che scoppiasse il coronavirus perché avevo l’influenza stagionale”.

E non ti pesa restare a casa?

“No, trascorro la mia quarantena in compagnia di Valeria. Le giornate sono scandite dalle ‘poppate’. Occupo il tempo giocando con lei e dedicandomi alle mie passioni: la cucina, la lettura, i film e la filosofia. Colpa del coronavirus, sto imparando a fare i dolci. Per me è normale, credo che la nostra generazione sia abituata a reinventarsi e fare sempre qualcosa di diverso e nuovo”.

In sostanza, conduci una vita ‘normale’?

“Certo, la vita va avanti anche se si è costretti alla reclusione. Ovviamente la spesa la fa il mio compagno e il medico di base, se necessario, lo sento solo per telefono. In studio, non vado mai. Il problema sono i luoghi pubblici troppo affollati come negozi, cinema e teatri, ma se spuntasse fuori il sole, io uscirei a fare una passeggiata all’aperto”.

Cosa pensi delle disposizioni date dal governo?

“Quello che mi fa innervosire è che le norme igieniche che stanno raccomandando sono norme che tutti dovrebbero applicare quotidianamente, a prescindere dal virus e, quindi, chi ci rimette siamo noi immunodepressi che le abbiamo sempre rispettate”.

Credi che ci sia un abuso delle mascherine?

“Io mi sono trovata a doverle ordinare. Non è normale che finiscano nel giro di pochi giorni. Generalmente non le uso nemmeno quando vado in metro o in bus, ma in situazioni particolari come questa sì. Anche durante la gravidanza ho portato per nove mesi la mascherina perché mi hanno detto: ‘se voi una figlia devi stare attenta…’. Per me era doppiamente pericoloso dal momento che non ho fatto nessun vaccino a livello di malattie esantematiche come il morbillo”.

Cos’hai provato quando è nata Valeria?

“Dapprima ho avuto un po’ d’ansia nel rientrare in una sala operatoria, poi il cesareo, per me è stata un’operazione complicata, soprattutto dal punto di vista psicologico. Ma quando poi mi hanno messo in braccia Valeria si è fermato tutto. Non ho più sentito alcun dolore ed è stata una bellissima emozione. La prima notte insieme a mia figlia me la ricorderò per tutta la vita”.

I commenti saranno accettati:
  • dal lunedì al venerdì dalle ore 10:00 alle ore 20:00
  • sabato, domenica e festivi dalle ore 10:00 alle ore 18:00.
Non sono consentiti commenti che contengano termini violenti, discriminatori o che contravvengano alle elementari regole di netiquette.
Qui le norme di comportamento per esteso.