L'arte del dragone fa boom ma è seduta su una bolla

Sono circa vent'anni che il fenomeno cinese ha invaso il mondo dell'arte, salutato prima con entusiasmo, poi con un po' di diffidenza perché buona parte dei discorsi finivano inevitabilmente su questioni finanziarie eludendo invece una legittima domanda di natura estetica: ovvero, l'arte cinese contemporanea vale oppure è una rielaborazione (un'imitazione?) in chiave super pop di tante cose già viste in Occidente?

Ad accorgersi in fretta del potenziale fu comunque Harald Szeemann che invitò venti artisti cinesi - il doppio degli americani - alla Biennale di Venezia del 1999. Un'invasione colorata e divertente che proponeva un deciso spostamento d'asse verso l'Estremo oriente. Nel 2003, anno della Cina in Francia, il Centre Pompidou produsse la mostra pilota Alors la Chine? (citando nel titolo un articolo di Roland Barthes). Certo non si può paragonare, per numeri, la Cina a nessun altro Paese al mondo, però sembrava all'epoca persino curioso che, in odore di globalizzazione che stava facendo saltare i confini nazionali, si insistesse su un focus così concentrato su una sola nazione, da lì il dubbio che la scelta fosse dettata da ragioni economiche.

Vent'anni dopo, cosa resta dell'arte cinese e, soprattutto, fu vera gloria? Per un bel po' si è parlato di record d'asta - Zhang Xiaogang, Zeng Fanghzi - pagati milioni di dollari, ma già da tempo i pittori cinesi (la pittura è il linguaggio più apprezzato) non compaiono tra i Top Price di Christie's e Sotheby's. Hong Kong Art Basel, terzo spin-off della fiera leader, dal 2013 ha attivato il giro dei collezionisti internazionali, ma l'edizione 2020 in programma a marzo è stata ufficialmente cancellata a causa del coronavirus, i cui drammatici effetti che peraltro non riusciamo a calcolare si stanno abbattendo non solo sull'export o su settori come la moda ma arrivano persino all'arte.

Se pensiamo all'ottimismo persino eccessivo intorno al 2000 (si diceva che i nuovi collezionisti cinesi avrebbero centuplicato le risorse sul mercato e invece la loro è soprattutto una febbre speculativa, va bene tutto basta pagarlo poco e farlo diventare subito caro) nell'immaginario di oggi Cina equivale a emergenza epidemia e il rischio di isolamento non è poi così remoto. Sarà una coincidenza (o forse davvero siamo più accoglienti di ciò che si dice in giro), in questi giorni l'Italia presenta due interessanti mostre di arte cinese contemporanea. La Fondazione Prada espone a Milano la delicata e ironica pittura di Liu Ye, che arriva dalla sede di Shangai (a proposito, cosa succederà delle prossime mostre in programma?). Nato nel 1964, dal nutrito curriculum internazionale, Liu ha uno stile per noi molto familiare perché ogni immagine rimanda a qualcosa di molto preciso - un Mondrian, un ritratto barocco, i fidanzati di Peynet - asciugando la superficie pittorica fino a sfiorare l'illustrazione, però si capisce che è un raffinato e non banale come vorrebbe farci credere.

Il Castello di Rivoli, indubbiamente rinvigorito nelle ultime stagioni, aprirà martedì 25 febbraio la collettiva dedicata alla collezione di Uli Sigg, imprenditore svizzero che già nel 1979 si recò nella Cina post-maoista, cominciando relazioni economiche con un nuovo mercato e intuendo la necessità di inventare il capitalismo di Stato, formula che ha trasformato un Paese povero in una potenza mondiale. Approfittando dei continui viaggi e soggiorni Sigg ha conosciuto diversi artisti cinesi quando ancora non esistevano strutture adatte a ospitarli fino a diventarne uno dei più importanti collezionisti (si parla di 2.500 opere per 500 artisti, dagli anni Settanta o oggi). Ambasciatore svizzero per la Cina, fu lui a convincere Szeemann della portata del fenomeno e nel 2012 ha donato 1.450 opere al M+Museum for Visual Art di Hong Kong.

Interessante che il maggior collezionista d'arte cinese sia europeo, a conferma che nel Vecchio continente la sensibilità non è mai a buon mercato. Pezzi e nomi davvero importanti, a cominciare da Ai Weiwei, attualmente la vera superstar nei cui confronti non ci sono mezze misure, c'è chi non sopporta gli atteggiamenti da divo perseguitato, capace però di tenere desta l'attenzione sul suo Paese, pur in senso negativo, di cui si parla molto meno rispetto agli anni Duemila.

Una collezione viva dalla quale si possono trarre interessanti informazioni sociologiche sulla Cina degli ultimi vent'anni: il rapporto fra tradizione e innovazione, il mix tra occidente e oriente, l'artigianalità spiccata versus l'interesse per le nuove tecniche digitali, le diverse generazioni a confronto. Allo stato dei fatti, però, sarà difficile riuscire a guardare e leggere questa collezione senza interrogarci su quale futuro attende un'arte che ci ha messo decenni a venir fuori e ora potrebbe essere costretta a ripartire da zero, augurandoci che il virus venga debellato prima degli effetti della rivoluzione culturale.