Fame, malattie, cannibalismo: cosa c'è di vero in The Terror

L’ultimo viaggio della Hms Terror e della Hms Erbeus, le navi britanniche che scomparirono dell’Artico canadese, per riaffiorare un secolo dopo assieme ai corpi cannibalizzati del loro sfortunato equipaggio

Fame, malattie, cannibalismo: cosa c'è di vero in The Terror

Nel cuore dell’arcipelago artico canadese, dove il ghiaccio nei mesi clementi lascia tracciare una rotta in quel che divenne noto come passaggio a Nord-ovest, due vascelli neri come la pece riaffiorano nella distesa bianca e gelida che si estende a perdita d’occhio.

Sono i relitti perduti della Hms Terror e della Hms Erebus, due “bombarde” della Marina britannica che salparono dalle coste del Kent nel 1845 per esplorare le regioni polari e raccogliere dati sul magnetismo. Delle 129 anime che formavano i due equipaggi al comando di sir John Franklin, nessuna farà ritorno. Lasciando avvolto nel mistero il loro infausto destino. Su alcuni dei corpi, rinvenuti molti anni dopo grazie alle indicazioni di un uomo Inuit, verranno trovate le tracce evidenti di atti di cannibalismo, che testimoniano la disperazione di quegli ultimi tragici giorni, consumati in uno degli angoli più inospitali della terra.

Ma come è possibile che una delle spedizioni marittime meglio attrezzate per l’epoca abbia trovato un epilogo tanto straziante? Le due possenti bombarde, appositamente modificate per affrontare le inospitali regioni artiche, vennero equipaggiate con motori a vapore e scafi rinforzati da placche di acciaio: a bordo erano marinai esperti ed esperti comandanti, come Franklin e Crozier, e le capienti stive erano stracolme di viveri in scatola per affrontare un viaggio di tre anni. Oltre ottomila latte di carne, frutta e composte di vario genere. Tutto il necessario per rimanere in mare più del tempo previsto, a potersi farsi largo tra i ghiacci canadesi, per solcare le acque che dall’Atlantico sfociano nel Pacifico, raggiungendo i possedimenti britannici d’oltremare nell’Estremo Oriente. Eppure qualcosa andò storto.

Intrappolate nella banchisa, senza la speranza di potersi fare strada, le navi rimasero immobilizzate per quasi un anno, fino a quando gli equipaggi - si crede in conflitto tra di loro a causa dell’infausta sorte che cercava un “responsabile” - decideranno di abbandonare i rispettivi vascelli per intraprendere un viaggio disperato: 900 chilometri di marcia a tappe forzate nel vano tentativo di raggiungere Fort Resolution, avamposto della compagnia della Baia di Hudson. Della maggior parte di loro non verrà ritrovata alcuna traccia. Ma sui pochi corpi rinvenuti nei pressi dell'isola di King William, i segni da taglio sugli scheletri renderanno chiara una terribile verità: i superstiti si abbandonarono al cannibalismo prima di trovare comunque la morte. Ma perché commettere il macabro crimine di nutrisi della carne umana, quando i viveri erano sufficienti a sfamare l’intero equipaggio e non pochi superstiti per almeno cinque anni?

Sebbene siano ancora sconosciuti i motivi che portarono al fallimento della spedizione, che resta uno dei più grandi misteri dell'esplorazione navale, la maggior parte delle supposizioni si concentra sulla diffusione di un’epidemia a bordo che avrebbe ucciso gran parte dell’equipaggio. I marinai, e forse i loro stessi comandanti, avrebbero contratto botulismo o saturnismo, si pensa dalle provviste mal sigillate e conservate, o dal contatto prolungato con il piombo. Per questo - probabilmente - i superstiti, forse già affetti da una delle due malattie mortali, smisero di usare la carne in scatola, e per sopravvivere si mangiarono letteralmente tra di loro. Durante le ricerche vennero ritrovati i corpi di appena trenta membri dell’equipaggio. Erano tutti sull'isola di Re William. Tra questi vennero identificati attraverso gli oggetti personali il tenente John Irving e Henry Le Vesconte, altro tenente in servizio sulla Erebus.

Nessuno conosce i fatti e cosa accadde precisamente dopo che la Terror e la Erbus rimasero intrappolate nei ghiacci. Ma quando i due relitti vennero localizzati nell’Artico canadese, nel 2014 e nel 2016, i pochi indizi e gli oggetti recuperati - scarpe, piatti di ceramica, la campana di una delle due navi, la spallina di un tenente, pezzi di una fisarmonica, pipe e libri - insieme ai pochi resti umani, continuano a contribuire nella ricostruzione della storia sconosciuta. Non ultimo un test del Dna, che in questi giorni ha confermato l’identità di un altro dei corpi scheletriti rinvenuti dopo oltre un secolo: un marinaio che rispondeva al nome di John Gregory.

Attualmente le spedizione di ricerca sui due vascelli, che giacciono a pochi metri di profondità nelle acque gelide, distanti l’uno dall’altro una cinquantina di chilometri, si sono interrotte per la pandemia di Covid. La speranza resta quella di trovare, lì dove esistessero, diari o documenti di bordo che possano fare luce sugli eventi - almeno fino all’abbandono delle navi.

Nel corso dei secoli Dickens, Collins, perfino il visionario Jules Verne e Mark Twain hanno subito la fascinazione della misteriosa sorte della Terror e della Erebus, scrivendo passi sentiti e ipotesi fantasiose sugli sfortunati avventurieri della Royal Navy, che patirono la fame e la malattia e sopportarono per oltre un anno temperature di meno cinquanta gradi centigradi in attesa di una salvezza che non si presentò mai. “La storia dello sforzo umano in uno degli ambienti più ostili al mondo, si concluse in una catastrofica perdita di vite”, scrisse Andrew Lambert nella sua biografia su sir Franklin, "Tragic Hero of Polar Navigation". Lambert, come tutti gli appassionati di questa tetra vicenda, attende nuovi indizi capaci di svelare un mistero che resta incastonato nei ghiacci dell’Artico. Lì, dove si apre il passaggio a Nord-Ovest, che le Terror e la Erebus non oltrepassarono mai.

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