La lettera di Daniela Lombardi alla Segre: "Basta col negazionismo sulle Foibe"

La lettera di Daniela Lombardi alla Segre: "Basta col negazionismo sulle Foibe"

Gentile senatrice Segre,

chi Le scrive è una giornalista che ha scelto di lavorare come inviata di guerra e raccontare i conflitti che affliggono questo mondo, crudeli ancora oggi come lo furono nel periodo storico che Lei ha vissuto sulla sua pelle. Ho deciso di partire per osservare da vicino le guerre e le situazioni di crisi in Israele, Afghanistan, Kosovo, Libano, Iraq, Niger, perché ritengo che parlare, scrivere, ricordare siano gli unici modi per cercare di dare supporto a coloro che, delle guerre, sono le vittime. Ho scoperto che ci vuole la capacità di adattarsi, e di farlo velocemente, per stare sempre dalla loro parte: questo perché spesso vittime e carnefici tendono ad invertirsi i ruoli, perché i buoni e i cattivi non sono mai “separati” alla perfezione e presenti da un solo lato, quindi bisogna essere pronti e reattivi per non rimanere fermi su alcune posizioni che magari in un caso erano giuste ma poi, per il mutare delle situazioni, diventano sbagliate (o viceversa). Questa premessa mi serve per presentarle una segnalazione che, in questo periodo caratterizzato dall’odio, penso sia un dovere di ogni cittadino che crede nella libertà e nella giustizia. Più volte Lei è stata nel mirino di odiatori, negazionisti, revisionisti. Sa quindi bene cosa vuol dire sentirsi “privare” della propria storia e vederla sostituire da menzogne, giustificazioni, tentativi di arrampicarsi sugli specchi per dire che, alla fine, alcuni episodi sono stati “esagerati, strumentalizzati, ingigantiti”. Quel tipo di sensazione di frustrazione non le è estraneo, di certo. Sappia che io lo condivido con Lei.

Le spiego perché. Sono figlia di un esule istriano, nipote di esuli istriani, parente di vittime degli infoibamenti titini avvenuti sul confine orientale a guerra finita. Per anni, quando ero bambina, mio padre mi parlava di quegli orribili massacri e di quello che aveva subito, della casa che aveva dovuto lasciare, ma io mi sentivo disorientata perché nei libri di storia che studiavamo a scuola non c’era scritto nulla di tutto ciò. Ho dovuto da sola cercare documenti, informazioni, riscontri alle parole di mio padre. Confesso che non è stato facile, perché intorno a me nessuno sapeva nulla. Quelle vicende non esistevano. Negli anni ’80, mio padre volle ritornare a Pola, la sua città. Portò me e mia sorella a vedere quelle terre, la sua terra, la sua casa strappatagli dale truppe di Tito. Mi sono formata una mia visione dei fatti e, finalmente, ho rimesso insieme i tasselli della storia della mia famiglia. Quando, infine, fu istituito il Giorno del Ricordo, fui orgogliosa di poter intervistare, per la prima volta, gli esuli ancora in vita, e di farne un pezzo per l’appena istituito “10 febbraio”. Con il riconoscimento del Giorno del Ricordo, vidi rinascere mio padre (il suo compleanno è davvero il 10 febbraio, quindi fu effettivamente un gran regalo per lui). Era come se quei fatti che prima narrava con un peso sul cuore, ora potesse raccontarli con forza, speranza, certezza di essere creduto. E anch’io, finalmente, potevo dire che la storia della mia famiglia era vera, anche se sui libri di scuola non compariva. E’ per questo che indirizzo a Lei e alla sua Commissione che si occupa di istigazione all’odio e di lotta contro ogni negazionismo, questa lettera-denuncia. Purtroppo, il giorno del 10 febbraio, quest’anno (anche quelli precedenti, ma quest’anno in particolare) è stato funestato da provocazioni, incitamento all’odio, insulti e c’è stato chi ancora una volta ha infangato i morti, sostenendo che “non bisogna commemorare gli assassini” (lei conoscerà senz’altro la tesi giustificazionista secondo la quale i massacrati erano tutti, indistintamente, compromessi con le stragi nazi-fasciste). Mi riferisco ai social dove, solo per aver difeso la memoria dei miei morti e dei miei nonni, dicendo che erano semplici e inermi civili, sono stata appellata con termini quali “topo di fogna”, “merda fascista”, espressioni che Lei conoscerà bene, visto che facevano parte, pur con qualche variante, anche del bagaglio linguistico di chi denigrava gli ebrei. Mi è stato detto che sicuramente mio padre meritava di essere cacciato dall’Istria perché, in fondo, poteva rimanere, in quanto “bastava diventare titini per essere lasciati in pace e non avere problemi”. Lei capisce bene che, oltre ad essere una assoluta falsità, visto che anche i miei zii rimasti a Pola hanno vissuto anni terribili (che evito di raccontare perché non è questo l’oggetto), è una frase che dimostra, come tante altre, che il concetto di libertà di scelta, espressione, parola, non sia presente nella mente di tutti gli attuali nostri concittadini. Lei si occupa di divulgazione e di iniziative volte a far sì che la storia non venga falsificata, nascosta, alterata. La paura, da sempre, degli esuli superstiti, è che la verità venuta a galla dopo settant’anni sparisca di nuovo. Che sparisca quando loro non ci saranno più a raccontare, che sparisca perché non si è abbastanza consolidata nelle coscienze. Persino sulla Shoah, una realtà provata e comprovata, c’è chi riesce a fare revisionismo e negazionismo. Immagini su una storia occultata per anni per motivi politici e della quale si è tentato in tutti i modi di cancellare le prove. Sulle Foibe esistono, per farle un esempio, solo tre film, boicottati dalla critica e mandati in tv tra mille polemiche.

Anzi, uno di essi, quello relativo alla strage di Porzus in cui i comunisti rossi uccisero i comunisti bianchi (cattolici, socialisti), fu stroncato perché forse è uno degli episodi che cozza maggiormente contro la narrazione del “partigiano rosso buono che uccide solo cattivissimi fascisti”. L’appello che vorrei farle, a nome anche di tanti esuli, è quello ad interrompere questa spirale crescente di disinformazione e odio. Solo lei può perché, su fronti opposti, ha vissuto le stesse nefandezze. Dimenticavo. Sempre sui social ci sono insegnanti che si fanno vanto di “boicottare” le pagine di storia relative alle Foibe e di impedire ai loro studenti di venirne a conoscenza. Non lo permetta! Non permetta che la stessa mentalità che consentì a tanti di lavarsi le coscienze sull’olocausto venga portata nella scuola di oggi! Non consenta che lo stesso criterio che ha portato chi era in malafede a non crederLe finché la Shoah non è divenuta patrimonio culturale di tutti, a insinuarsi persino nelle scuole! La morte degli innocenti torturati e massacrati, il dolore di abbandonare la propria terra per le ingiustizie umane va riconosciuto da tutti. Senza divisioni politiche e senza giustificazionismi che uccidono i martiri due volte, come dice uno splendido articolo di Fausto Biloslavo su questo stesso Giornale dal quale mi affido a Lei, che saprà certamente essere coerente con la Sua storia e venire in aiuto di chi l’ha vissuta dall’ “altro lato”.

Daniela Lombardi

Figlia di Ottorino Lombardi, nato a Pola nel 1935, esule in Patria Nipote di Teresa Lombardi, nata a Pole nel 1936, esule in Patria Nipote di Ottorino Lombardi, commerciante di Pola cacciato dalla sua terra ed espropriato dei suoi averi