L'orgoglio conservatore che ha fatto la Storia

L'orgoglio conservatore che ha fatto la Storia

A lla domanda se esista una tradizione conservatrice in Italia si potrebbe rispondere, alla Prezzolini, di no, in Italia non essendovi nulla da conservare. Se tuttavia andiamo oltre i luoghi comuni, vediamo esistere un canone conservatore, anzi nazional-conservatore. Fenomeno non strano in una nazione storicamente e strutturalmente conservatrice: concreta, realistica, pragmatica, diffidente dalle ubbie progressiste e dei disegni giacobini di varia matrice. Se la guardiamo con occhi spassionati, la cultura italiana dalla fine del '700 ci appare tendenzialmente conservatrice o perlomeno anti progressista, e spesso grazie alla penna di delusi dai sogni palingenetici: si pensi, nei confronti della rivoluzione francese, a Vittorio Alfieri, all'Ugo Foscolo londinese, a Vincenzo Cuoco (il nostro Edmund Burke). Persino il Leopardi, che la cultura marxista si è annesso, a leggerne le pagine «politiche» non pare lontanissimo dal padre Monaldo, uno dei più grandi pensatori della reazione conservatrice. Come non definire poi conservatore il Manzoni politico della critica della Rivoluzione francese?

Ma la linea conservatrice o nazional conservatrice si consolida nel periodo tra la fine del XIX secolo e il fascismo: la vituperata italietta umbertina e giolittiana culturalmente fu uno dei periodi più creativi della storia italiana. Dalla scienza politica di Pasquale Turiello, Gaetano Mosca a Vilfredo Pareto alla Firenze di Giovanni Prezzolini e Giovanni Papini, dal sud del Croce «nazional conservatore» soreliano, quasi un'anticipazione dell'impolitico manniano, a Giovanni Gentile, fino ai contributi di tante figure della cultura nazionalista (si pensi a Enrico Corradini, ad Alfredo Rocco, a Gioacchino Volpe, al nazionalismo liberista di Maffeo Pantaleoni), per non parlare dei fermenti cattolico-intransigenti di un Domenico Giuliotti, si consolida un canone conservatore talmente solido che anche la cultura di sinistra ne rappresenterà solo una variazione sul tema: un Gobetti, per esempio, è intriso del conservatorismo, così come un Gramsci e più avanti un Bobbio.

Qui si definiscono alcune caratteristiche del pensiero politico conservatore italiano: uno spietato, freddo, e disincantato realismo politico; un rapporto al tempo stesso spirituale e carnale, quasi fisico, con la tradizione e con la storia ultramillenaria dell'Italia; una forte vocazione di «riformismo sociale», che non fa mai diventare i conservatori italiani il «partito dei ricchi». E poi, vera e autentica specificità italiana, un carattere irriverente, insurrezionale, tellurico, anarcoide, perennemente «rompicoglioni» (citiamo dal grande maestro Papini), insomma «conservatore rivoluzionario», fin ad includere i futuristi e, ovviamente, il Comandante d'Annunzio. La «rivoluzione conservatrice», come dimostrò anni fa Marcello Veneziani in un omonimo volume ancor oggi fondamentale, l'abbiamo insomma inventata noi italiani. A causa dell'equivoco del fascismo, un movimento rivoluzionario di sinistra e giacobino (anche se accolse nel suo seno i conservatori), la tradizione conservatrice è indebolita, ma è proseguita nel secondo '900 con Longanesi e Montanelli. La creazione di questo Giornale, nel 1974, segna uno dei grandi momenti della cultura conservatrice non solo in Italia. E conservatore è il più grande filosofo italiano della seconda metà del '900, Augusto Del Noce. Questo canone ci appare quindi ancora assai vivo, si tratta solo di aggiornarlo: non troppo, però, sennò che conservatori saremmo?