Il mistero della Torre del Parco

Un'inchiesta del commissario De Vincenzi nella Milano degli anni Trenta

di Luca Crovi

Il custode addetto al cantiere della Torre Littoria aveva trovato il corpo intorno alle sette. Tutte le mattine era sua abitudine aprire presto il lucchetto che chiudeva con la catena l'ingresso alla torre. Ispezionava sempre che tutto fosse in ordine. Ci erano voluti giorni per ripulire la zona del Parco Sempione dai materiali tubolari e dal calcestruzzo rimasti inutilizzati. Una decina di magutt con carriole capienti li avevano caricati su degli autocarri che li avevano portati via. Quella mattina del 9 agosto 1933 tutto era finalmente pulito e ordinato. Nessun vandalo aveva sporcato la zona adiacente all'ingresso. Nessun cavallo, nessun cane, nessun bambino. Tutto era pronto per la solenne inaugurazione che avrebbe avuto inizio alle ore 13. Da lì a qualche ora si aspettava che arrivassero le autorità, accompagnate da militari, carabinieri e polizia, ma anche i musicisti della banda Aldo Sette e soprattutto le migliaia di curiosi che non vedevano l'ora di salire lassù per guardare con altri occhi Milano. Il custode aveva acceso la corrente interna alla struttura e, giunto all'ascensore, lo aveva chiamato al piano terra. Appena la cabina si era aperta aveva scorto una forma scura, accasciata al suo interno. La struttura era in duralluminio e poteva trasportare sino ad otto persone (...)

(...) mantenendo la velocità di salita di tre metri al secondo. I giornali sostenevano che fosse il più rapido ascensore d'Europa, la cui concezione rivoluzionaria aveva battuto quello che era stato inserito all'interno del Duomo. Il custode della Torre Littoria, guardando la sagoma davanti a sé, aveva pensato che qualcuno degli operai avesse dimenticato un sacco scuro in un angolo dell'ascensore. Poi si era avvicinato. Rannicchiato davanti a lui stava il corpo di un uomo. La figura aveva qualcosa di spettrale. La testa era protetta da una maschera antigas di quelle che il custode aveva visto fotografate sulle pagine dei giornali. L'esercito italiano le aveva indossate al fronte durante la Grande Guerra e gliene aveva parlato suo padre, tornato dalle trincee vivo ma con una gamba amputata. La visione dell'uomo con la maschera spaventò a tal punto il custode da costringerlo a scappare in strada urlando. Atterrito, si dimenticò che all'interno della torre era funzionante un telefono che gli avrebbe permesso di chiamare i soccorsi. Quando il commissario Carlo De Vincenzi e il vicebrigadiere Bruni giunsero sul posto l'uomo era ancora scioccato e, seduto su una seggiola, aveva lo sguardo perso nel vuoto.

Due poliziotti e un ufficiale dell'arma dei carabinieri presidiavano l'ascensore.

Scattarono sull'attenti e fecero il saluto fascista vedendo arrivare De Vincenzi.

«Comodi, ragazzi comodi. Dov'è il corpo?»

«Nell'ascensore, commissario» rispose il carabiniere. De Vincenzi avanzò dentro la torre e si avvicinò all'uomo rannicchiato. Non percepì nessun odore. Né vide alcuna traccia di sangue sul pavimento della cabina. Avrebbe voluto togliere la maschera al morto, ma non lo fece. Era meglio aspettare l'arrivo della scientifica e del dottor Della Noce. Scrutando la protezione che copriva il volto dell'uomo ne riconobbe il modello. Ne aveva viste indossare di simili al fronte dai soldati. Una di ordinanza era toccata anche a lui come ufficiale dell'esercito, ma aveva avuto la fortuna di non indossarla mai. La sola idea lo faceva soffocare. E l'uomo davanti a lui era morto sicuramente in quel modo orribile. Notò che un braccio dell'uomo era scoperto. Fu allora che vide quello che a lui parve un tatuaggio. Un piccolo drago nero che sputava fiamme. Il simbolo della sezione lancia gas della Compagnia Speciale X del Genio del Regio Esercito.

Luca Crovi

(2. Continua)

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