"Nel palazzo occupato siamo diventati mille. L’unico aiuto da Papa Francesco"

A Roma in via Curtatone 3 si entra solo con il check in: "Ne mandiamo via tanti"

"Nel palazzo occupato siamo diventati mille. L’unico aiuto da Papa Francesco"

«Abbiamo scritto a Papa Francesco. Lui è l'unico che forse ci può aiutare, e l’ha già fatto. ci ha messo a posto l’acqua». Il Papa? Nel palazzo occupato di via Curtatone 3 Kibrom è il ragazzo che parla meglio l’Italiano. Di tutta la comunità di rifugiati eritrei che da un anno vivono in una sorta di ghetto, con pochissimi contatti con l’esterno, in un edificio espropriato al centro di Roma, questo giovane trentenne è l’unico che riesce a comunicare bene, anche se, dice «per noi il più grosso dei problemi è la lingua».  «Io ho fatto anche un regalo al Papa - racconta - una sedia». Ma il Papa vi ha mandato un idraulico? «E’ arrivata una persona a riparare l'acqua». Misteri dell’occupazione più anomala di Roma: tutti gli abitanti sono rifugiati regolari, vogliono un contatto con le istituzioni ma nessuno risponde. E allora non rimane che il Santo Padre.

Una settimana fa Kibrom si è presentato ancora dalle guardie svizzere, e ha consegnato una lettera da dare personalmente a Bergoglio. Vuole iscriversi a un master, è laureato in psicologia, vuole che il Comune di Roma dia la residenza a tutto loro, i rifugiati eritrei di via Curtatone 3 che non risultano nei numeri ufficiali delle strutture del Comune. Sono dei fantasmi, e sono molti di più dei quattrocento «ufficiali».

«I titolari di una stanza qui sono quattrocento - conferma - ma in realtà in questo palazzo viviamo in più di mille». Almeno quaranta sono i nuclei familiari. Nell’enorme androne di ingresso, infatti, un cartello indica che il check in è obbligatorio. 

La legge del palazzo occupato-hotel funziona così: non può entrare nessuno che non abbia un regolare permesso di soggiorno, ma la comunità si sta allargando a familiari e amici rifugiati regolari. E così ora dormono anche in quattro per stanza, e sono diventati mille. «Arrivano spesso in tanti dalla stazione a chiederci se possono dormire qui, ma noi diciamo a tutti di no». E’ una sorta di Stato autonomo nella città questo casermone che confina con una sede di Banca Intesa, vicinissimo alla stazione Termini e a Castro Pretorio.

Nel nostro secondo giorno di visita si aprono i ragazzi di via Curtatone. Tutti arrivati dal mare. In fuga dalla guerra e quindi legalmente rifugiati.  Vogliono spiegare che loro sono occupanti educati, hanno stabilito regole ferree in questa struttura dove fino a qualche anno fa aveva i suoi uffici l'Ispra, l’istituto di protezione ambientale. «Quello che vogliamo e' avere la residenza in questo palazzo. I bambini devono essere iscritti a scuola. Siamo andati a parlare in tre, quattro ministeri, eppure tutti fanno finta che non esistiamo». Ma ottenere la residenza in un palazzo occupato non si può. Il Comune intanto paga la bolletta e lascia che l'edificio sia espropriato: «Il Comune sa che siamo qui, ci danno la corrente elettrica, ma non è mai venuto nessuno». E’ la situazione paradossale dei rifugiati: il comune di Roma ne ha accolti in un numero notevolmente superiore rispetto a quello previsto dal Viminale, ma i rifugiati non hanno domicilio e non hanno lavoro. Sono regolari, ma sono spettri che spesso occupano palazzi. In attesa di Papa Francesco.

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