Cronache

Il nodo del Dna sui reperti e i pantaloni manipolati di Pelosi

Pubblichiamo, per gentile concessione dell'editore, un estratto di L'inchiesta spezzata di Pier Paolo Pasolini. Stragi, Vaticano, DC: quel che il poeta sapeva e perché fu ucciso di Simona Zecchi (Ponte alle Grazie)

Il nodo del Dna sui reperti e i pantaloni manipolati di Pelosi

Da quando quarantacinque anni fa il corpo massacrato di Pier Paolo Pasolini è stato rinvenuto presso l’area di un campetto da calcio dell’Idroscalo di Ostia, alle porte di Roma, alle ore 6.30 del mattino, le ultime indagini sono quelle che hanno avuto maggiore durata, cinque lunghi anni. Un riesame delle vecchie carte del processo è stata prima necessaria agli inquirenti, in modo tale da riprendere là dove le attività investigative passate erano state interrotte, affossate o non chiarite. Sono stati individuati testimoni che prima per qualche «strana» ragione non era stato possibile individuare.

Molti degli ex abitanti o possessori delle ex baracche dell’Idroscalo sono stati ascoltati (in alcuni casi riascoltati) e alcuni di loro hanno riferito per la prima volta del grande caos di quella notte in cui il «campetto degli Zingari», come veniva chiamata quella parte di Idroscalo, era popolato da più macchine, moto e persone. Racconti, anche a distanza di anni, coincidenti tra loro. Infine, nuove indagini sono state effettuate insieme ad alcuni accertamenti tecnici e biologici. Tra le scoperte più rilevanti che sono state fatte poi, quella dell’esistenza di due automobili in possesso di Giuseppe Pelosi (oltre che di una moto) attive durante la notte del 1° novembre 1975 e circolanti fra la Stazione Termini e l’Idroscalo: due Fiat 850, una di colore bianco e l’altra di colore blu acceso. Fatto questo che indica, come hanno scritto in via ipotetica i nuovi inquirenti, il possibile supporto di altre persone. Nei vecchi atti l’unica auto in possesso di Pelosi invece è sempre e solo stata quella bianca, di cui esistono anche le foto presenti nei faldoni del processo e considerata estranea al delitto, mentre sia lo stesso Pelosi sia i suoi amici interrogati di nuovo a distanza di molti anni, e sempre reticenti, ne hanno continuato a omettere l’esistenza.

La Fiat 850 azzurra è stata inghiottita dal buio di quella notte, così come l’altra Alfa GT 2000, o meglio le altre Alfa – come vedremo – e le moto coinvolte. Inoltre, la pista del furto delle bobine di Salò (vicenda che presto affronteremo con elementi nuovi) è stata ritenuta dagli inquirenti valida; e ancora, la dinamica di più persone sulla scena quella notte, che forse il magistrato non ha ritenuto potesse reggere in un processo, sebbene combaciasse con diversi altri elementi a supporto, e in Massacro fissata con precisi e ulteriori elementi.32 E poi, la lista dei sospettati a fronte dei quali è stato svolto l’esame del DNA con i profili genetici presenti nel database del ministero dell’Interno, ben 120. Sui reperti, cinque le tracce di profili ignoti emersi nel 2013, oltre a quelli appartenenti allo scrittore e a Pelosi, ma le condizioni di alcuni reperti e degli stessi dati presenti nel database non hanno consentito la precisa individuazione di alcuna delle persone sospettate. Due cose tuttavia il nuovo esame le ha accertate. Intanto, la conferma che non esiste alcuna traccia organica prodotta da un atto sessuale sui vestiti di Pasolini (né l’allora perizia sul corpo rilevò al tempo alcuna presenza al riguardo). Esiste invece traccia organica di quel tipo sugli slip di Pelosi in cui non compare il profilo di Pasolini, dunque prodotta in altro frangente. Se si pensa che tutto il processo al tempo fu costruito sull’assunto che Pasolini e Pelosi si fossero appartati all’Idroscalo per consumare un rapporto sessuale, come provato abbondantemente in Massacro, 33 al contrario, quello stesso assunto, mirato a sporcare l’immagine di un uomo e un letterato che non aveva bisogno di spostarsi, per i suoi affari privati, di 35 km in un luogo buio e poco sicuro, resta privo di logica e di riscontri fattuali.

L’altra questione che qui viene mostrata e sciolta, e che le carte invece non hanno spiegato, riguarda poi la macchia sui pantaloni di Pelosi, la cui sola foto avevo mostrato nel precedente libro e che ripropongo qui nuovamente ponendola a confronto, stavolta, con l’immagine dello stesso reperto presente presso il museo criminologico di via Giulia a Roma, che al momento della pubblicazione non possedevo.

Le due foto raffigurano gli stessi reperti dopo oltre quarant’anni: una quello intriso di sangue proveniente dal vecchio fascicolo n. 1466/75, l’altra quello proveniente dal museo criminologico privo di quel grande alone. Ho personalmente verificato con la parte del Dipartimento dell’Amministrazione Giudiziaria (DAP) responsabile dei reperti custoditi presso il museo che i pantaloni lì esposti sono originali, nessun tipo di modifica nel corso degli anni è avvenuta o alcun reperto-copia ha mai sostituito gli originali. Altra cosa rilevante da spiegare è che non tutti i reperti sono stati inviati allora ai periti con la stessa tempistica e modalità, come si evince dalla lettura dei vecchi atti: un particolare questo che ha senso solo ora che si osservano insieme queste due foto e che fa sorgere una domanda precisa: i pantaloni arrivano senza macchia al museo perché manipolati tempo prima? La cosa fondamentale da dire poi è che nelle perizie svolte dai tre medici legali Rocchetti-Merli-Umani Ronchi,34 scelti dalla magistratura, tra il 1975 e il 1976, sugli stessi pantaloni blu di Pelosi non vi è alcun riferimento a quella grande macchia. Il riferimento a quell’indumento nelle vecchie carte è sempre e solo «a carico della parte inferiore della gamba destra del pantalone». Le tracce sulla parte inferiore sono tuttora evidenti, ormai essiccate, mentre tutto il resto di quell’enorme macchia è sparito. Secondo quanto da me verificato, inoltre, i reperti, una volta giunti presso la struttura del museo (l’8 febbraio del 1985), sono stati oggetto di «disinfestazione e disinfezione», ma questo non ha affatto influito sulla persistenza delle macchie di sangue rimaste sugli altri indumenti (come accade, ad esempio, con la camicia «Missoni» di Pier Paolo Pasolini che qui, sempre per far comprendere l’evidenza di ciò che sto affermando nei due esemplari, mostro). Tanto meno è stato possibile che si sia cancellato quell’enorme alone nel momento in cui, come raccontò Pelosi al tempo, il ragazzo si sarebbe accostato presso una fontanella prima di essere fermato dai carabinieri all’1.30 del mattino. Prova ne è che le poche altre macchie sugli indumenti di Pelosi sono rimaste lì, essiccate dal tempo ma presenti. E c’è dell’altro: gli esami compiuti dal RIS hanno indicato proprio la presenza, ormai non più evidente a occhio nudo, di tracce ematiche sulla parte superiore dei pantaloni.

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