"Vi dico la verità sulla rissa con Mughini"

Il critico d'arte si è raccontato in una lunga intervista in occasione dei 70 anni, spaziando dalla rissa con Mughini al suo rapporto con le donne

Sgarbi: "Vi dico la verità sulla rissa con Mughini"

Domenica 8 maggio, Vittorio Sgarbi compie 70 anni e per l'occasione ha rilasciato un'intervista a la Repubblica durante la quale, inevitabilmente, si è finiti a parlare della rissa scoppiata con Giampiero Mughini al Maurizio Costanzo show. "Non ho fatto niente stavolta, è stato lui a colpirmi", ha detto Vittorio Sgarbi, spiegando di essersi trovato in mezzo alla rissa per aver "difeso Al Bano che stava raccontando del suo rapporto con Putin".

Vittorio Sgarbi conosce molto bene il mezzo televisivo e sa che è fatto soprattutto di imprevisti e di incidenti che, spesso, contribuiscono a rendere iconici momenti di discussione, destinati a entrare nella storia. La lite con Giampiero Mughini sul palco del Maurizio Costanzo show non era il primo scontro tra lui e Vittorio Sgarbi, che già tre anni fa ebbero una discussione durante la crisi del primo governo Conte. Dopo essere arrivati allo scontro fisico, pare che Maurizio Costanzo abbia chiesto loro di tornare nella sua trasmissione per suggellare la pace, ma su questo punto Vittorio Sgarbi ha una sua visione molto particolare: "È un po' una sceneggiata, vediamo, dai".

Durante l'intervista c'è stato un momento di riflessione quando il critico d'arte ha ricordato il suo recente passato con un tumore alla prostata: "Durante il lockdown facevo fondo ad Asiago. Mi si sono gonfiate le caviglie. Il medico, l'ex parlamentare Mario Pepe, quando ha visto l'esito delle analisi mi ha abbracciato: 'Hai un tumore, ma non vedo metastasi'". In quel momento è iniziato il percorso di cura: "Quaranta radiazioni, al Sant'Elena a Roma, seguito dal professor Giuseppe Sanguineti. Ho fatto portare un quadro di Adelchi-Riccardo Mantovani e l'ho appeso al soffitto: lo guardavo mentre mi bombardavano".

È stata un'esperienza forte per Vittorio Sgarbi, che da quel momento ha smesso di ritenersi invincibile. E non era nemmeno la prima volta che il critico d'arte rischiava la vita, come ha raccontato lui stesso a la Repubblica: "Ero a Brescia, e di notte aprirono le chiese solo per me. Poi, sfinito, dissi all'autista di portarmi a Firenze. Lungo il tragitto cominciai a sentire un gran peso sul cuore, dopo Mantova gli chiesi di uscire dall'autostrada e di raggiungere l'ospedale più vicino, a Modena. Svegliarono il primario e mi operarono. 'Ancora mezz'ora e lei sarebbe morto', mi disse il dottor Cappello".

Nel corso dell'intervista, il critico d'arte ha ripercorso alcune sue esperienze del passato, come il suo primo lavoro come ispettore delle Belle Arti a Venezia a 24 anni. Cresciuto in una famiglia borghese, ha sempre frequentato gli ambienti intellettuali ma crescendo ha voluto staccarsi dal quel modello familiare, preferendone uno più in linea con il suo carattere, spesso fatto di eccessi. "Tutte le donne che ho avuto, sono più di 1.500 credo, le ho conquistate e dedicate a mio padre e a mio zio, Bruno Cavallini, grande letterato, lasciato dalla moglie perché gli aveva trovato le lettere d'amore scritte dall'amante", racconta il critico, che quando gli viene ricordato del giudice che voleva sottoporlo a perizia psichiatrica risponde: "Non sono matto, sono libero. Ho fatto quello che volevo".

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