Non si capisce dei due chi sia davvero il comico

Il ministro del cambiamento (culturale) sembra uscito da una commedia all'italiana

C he riferimenti culturali, cinematografici e musicali può avere un giovanotto nato nel 1986 nell'Italia del Sud, con percorsi di studi seppur irregolari in quella straordinaria fucina di idee che è stata Napoli negli anni 2000? Non avrà fatto in tempo a vivere la rabbia generazionale del post punk ma certo l'elettronica gli sarà entrata nelle vene. Avrà amato i film dei nuovi autori italiani dallo stile minimalista, chessò qualche libro dei postcannibali lo avrà letto, sarà stato un consumatore del Grande Fratello e dei primi talent, insomma avrà compiuto il proprio romanzo di formazione sulle ansie del nuovo millennio che lo avranno spinto a coltivare la grande passione della sua vita: la politica.

E invece no, Luigi Di Maio, vicepremier del cambiamento, esponente di spicco della politica nell'era digitale, non riesce proprio a staccarsi dalle sane tradizioni italiche, condivise con nonni e genitori. Al primo posto della playlist sul suo smartphone c'è Orietta Berti e non importa sia nata a Cavriago dove c'è ancora il busto di quel comunista di Lenin. Da quando l'interprete di «Finché la barca va...» lo ha definito un bel ragazzo, Giggino ha scaricato tutte le sue canzoni, anche le B sides. Quanto al cinema, niente Moretti, quel sinistrorso e neppure Sorrentino così intellettuale. Il suo mito si chiama Lino Banfi, pugliese come il premier Conte, perché ha fatto ridere tante famiglie italiane. E lui lo adora, perché da piccolo vedeva le commedie scollacciate con infermiere, poliziotte, insegnanti con le tette nude anche se la mamma non voleva, e un po' più grande si commuoveva per la saggezza e l'umanità di Nonno Libero (ma non leggeva l'Unità)?

Il ministro Di Maio ieri ha coronato un sogno, segnando così un'ulteriore svolta nella sua idea di Italia. Dare il giusto tributo a chi ha contribuito, con la propria ricerca e innovazione, a valorizzare la nostra immagine nel mondo. Le prime agenzie di ieri riportavano addirittura la notizia di Lino Banfi nominato in qualità di rappresentante italiano all'Unesco. Poi qualcuno deve avergli detto, Giggino guarda che così è troppo, e dunque la nomina peraltro prestigiosa si limita a membro della Commissione Nazionale dell'Unesco al posto dello scomparso Folco Quilici.

Che l'Italia sia un Paese ormai incapace di ridere lo testimoniano la più parte delle reazioni. «Diteci che è uno scherzo», insorgono le opposizioni. «Perché non Jerry Calà, allora?», rintuzza Matteo Salvini, sempre paziente a sostenere le idee strampalate del suo coinquilino. Dopo aver dichiarato che l'Italia è prossima a un nuovo boom economico, Di Maio ci spiega la sua visione del patrimonio culturale: basta professori e plurilaureati, studiare non serve a niente, è necessario recuperare l'anima popolare del Paese dell'arte dell'arrangiarsi, così verace e spontaneo, così moderno soprattutto.

A differenza di diversi colleghi dello spettacolo che si dimostrano pentiti, Banfi è ancora convinto sostenitore del M5s e in particolare di questo ragazzo così maturo, che sembra avere 55 anni e non poco più di 30. Di fronte a un pronunciamento così esplicito, il ministro dello Sviluppo economico si è ricordato del nuovo amico di 82 anni e gli ha dato fiducia. Che c'è da stupirsi, qualsiasi governo è chiamato a proporre la propria politica culturale. E i grillini ce l'hanno ben chiara. Non esistono specialisti, tutto si può imparare, meglio se da dilettanti.

Così il capo della polizia potrà ispirarsi al metodo indagatorio del commissario Auricchio e il nuovo ct della Nazionale applicare il modulo 5-5-5 lanciato da Oronzo Canà. Perché questa è l'Italia del cambiamento, che parla un linguaggio semplice e ci strappa un sorriso. Altro che storia e geografia, ha specificato orgoglioso il comico. Ma non ricordo chi fosse tra i due.

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