Nuova battaglia per l'Esercito: la missione speciale contro il virus

Continua la lotta dei medici dell'Esercito contro il Covid-19. Dopo l'assistenza è arrivato il momento di aiutare nella campagna di vaccinazione. Qui raccontiamo le loro storie

Nuova battaglia per l'Esercito: la missione speciale contro il virus

A noi che abbiamo percorso centinaia di kilometri nei mezzi blindati tra i boschi dei Balcani o nei deserti afghani, fa un effetto strano “andare in missione” nel cuore del nostro Paese, su un ambulanza in Sila o in Aspromonte, portando i vaccini a chi è troppo anziano o malato per muoversi da casa. Con i giovani soldati, che in questa guerra al virus vanno al loro “battesimo del fuoco”, condividiamo però la consapevolezza che non abbiamo mai combattuto, e mai combatteremo, per qualcosa di più importante di questo.

Nella provincia di Reggio Calabria, prima linea strategica per il successo della campagna vaccinale guidata dal Generale Figliuolo, l’Esercito si mette in strada per arrivare dove nessun altro può arrivare, inviando tre team vaccinali mobili su ambulanze militari fin nei più remoti centri abitati. A capo dei Team tre giovanissime ufficiali medico arruolate, assieme a decine di altri dottori e infermieri neo laureati, lo scorso anno, nei momenti più duri della pandemia. Per tutti loro qualche giorno di addestramento e poi subito in prima linea negli ospedali Covid a combattere con le unghie e con i denti per curare le tantissime persone colpite dal virus in un momento in cui nessuna cura sembrava efficace.

Adesso che i vaccini hanno dato una nuova speranza di vittoria, il ministro della Difesa, On. Lorenzo Guerini, ha deciso di rischierare questi giovani medici, diventati nel frattempo degli esperti veterani, nei centri vaccinali di tutta Italia per essere protagonisti dell’offensiva sanitaria che cancellerà per sempre il virus dal nostro Paese. Una giornata di lavoro trascorsa sulle strade della Calabria con un team mobile, è un’esperienza straordinaria che ti da l’opportunità di incontrare uomini e donne che hanno speso i loro anni migliori per dare una vita degna a se stessi e ai loro cari e che oggi, anziani ed in difficoltà, non possono, e non devono, essere abbandonati.

Carlo ad esempio, 91 anni di cui 25 passati negli Stati Uniti dove era emigrato per diventare artigiano calzolaio esperto di scarpe ortopediche. Per lui ricevere la seconda dose di vaccino significa uscire finalmente dall’incubo e poter tornare ad abbracciare i suoi figli. Oppure Luisa che sembra una bambina da tanto è piccola rincantucciata nella sua poltrona ma è già bisnonna di due nipoti. Ha un po’ paura quando l’infermiere si avvicina per l’iniezione e così mi prende la mano e me la stringe forte per darsi coraggio. Poi non me la lascia più perché, mi dice, sente che siamo un po’ tutti suoi nipoti. Alessandro, appena ci vede arrivare ci dice che ha fatto 18 mesi di servizio militare come bersagliere. Lui è stato farmacista e ha girato il mondo, vivendo un’esistenza di agiatezza e soddisfazioni, eppure vuole condividere con noi l’orgoglio di aver vestito un giorno la nostra stessa uniforme.

È in momenti come questi che sentiamo davvero forte la gioia di fare ciò che stiamo facendo anche se è faticoso e non sempre facile. Sono quasi due milioni gli anziani che in Italia non sono stati ancora vaccinati. Vivono come qui in Calabria in località remote e non servite dai mezzi pubblici, spesso sono troppo soli, senza parenti che li assistono, in molti casi hanno un’irrazionale paura del vaccino, temendo che possa interagire con i farmaci che assumono producendo effetti dannosi. Raggiungere queste persone fragili con la vaccinazione a domicilio significa non solo dargli l’opportunità di attraversare con maggiore serenità il difficile momento che stiamo vivendo ma anche, e soprattutto, fargli sentire che non sono stato dimenticati dallo Stato, e che le istituzioni sono ancora di fianco a loro.

Durante una pausa per mangiare un panino dopo l’ennesima visita ne parlo con Federica, il tenente medico a capo di questo team vaccinale. Mi ha raccontato di quando, in un piccolo e isolato borgo della Sila, è andata a casa di un’anziana disabile che negli ultimi 50 anni non aveva mai messo piede fuori dalla porta dalla porta. Era molto spaventata vedendo tutte quelle persone in uniforme attorno, ma poi, piano piano, si è lasciata andare e alla fine li ha abbracciati tutti fortissimo come li avesse conosciuti da sempre. “Quando il giorno dopo siamo tornati nel paesino – mi racconta la giovane tenente medico ancora visibilmente commossa – e siamo passati sotto la sua finestra, si è affacciata alla finestra e ci ha salutato a braccia aperte dicendo alla badante che i suoi amici erano tornati”.

Quando l’emergenza Covid finirà questi giovani dottori e infermieri riprenderanno il loro percorso di vita. Alcuni nell’Esercito diventando medici militari in servizio permanente, altri, come noi riservisti, torneranno ad essere professionisti civili e forse mai più vestiranno un’uniforme. Ma in tutti noi resterà l’orgoglio di ricordare che nei giorni brutti della più terribile Pandemia del mondo moderno non siamo stati chiusi in casa spaventati ad pregare per la salvezza, ma siamo andati noi a portarla a casa dei più deboli.

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