La nuova linea del Piave e la battaglia (campale) dell'Esercito

I giovani medici dell'esercito sono in prima linea nella lotta contro il Covid-19. Qui raccontiamo le loro storie

La nuova linea del Piave e la battaglia (campale) dell'esercito Esclusiva

100 anni fa una generazione di ragazzi a mala pena diciottenni venne mobilitata in poche settimane e spedita al fronte per fermare la marea montante austro tedesca che dilagava nel paese dopo la rotta di Caporetto. Li chiamarono i ragazzi del 99, il loro anno di nascita. Aggrappati alle sponde del fiume Piave fermarono l’invasione salvando l’Italia dal baratro. 100 anni dopo con il Covid che spazzava il nostro Paese, l’Esercito insieme alle altre Forze armate, su disposizione del Ministro della Difesa, On. Lorenzo Guerini, dirette dal Comando Operativo di Vertice Interforze, ha arruolato un pugno di medici e infermieri appena usciti dall’università o dalle scuole di specializzazione e, dopo pochi giorni di addestramento militare, li ha mandati in prima linea negli ospedali dell’Esercito che in tutta Italia hanno aiutato a tamponare il collasso delle terapie intensive (dopo il concorso straordinario per l’arruolamento con chiamata diretta dell’Esercito Italiano per 120 ufficiali medici e 200 sottufficiali infermieri, è stato previsto un successivo arruolamento nel 2021 di 30 ufficiali medici e 70 sottufficiali infermieri di tutte le Forze Armate).

Questi giovani medici si sono fatti le ossa nei giorni più drammatici della pandemia, hanno visto tanti pazienti non farcela, molti di loro si sono ammalati, tutti hanno sacrificato affetti e sogni di carriera. Ma sul Piave sanitario cui la nostra generazione è stata chiamata a resistere, hanno saputo tenere botta con la grinta di veterani ed oggi, ridislocati nei Centri vaccinali gestiti dall’Esercito dalle Forze armate in tutta Italia, sono pronti al vivere le “giornate gloriose” della loro Vittorio Veneto, quella che porterà alla definitiva liberazione dell’Italia dal virus.

Lavoro al loro fianco, nel Presidio vaccinale della difesa di Cosenza da quando, come tanti altri ufficiali richiamati dalla Riserva, ho deciso di lasciare la mia redazione in un grande Telegiornale nazionale per fare la mia piccola parte nella più grande crisi che il nostro Paese sta attraversando dal dopoguerra ad oggi.

“Il mestiere del testimone mi fa orrore, non sono nulla se non partecipo” diceva Saint Exupery, spiegando la sua scelta di riarruolarsi già anziano per combattere i nazisti. L’ho sempre pensata come lui. Questo ospedale da campo è gestito dal 3° reparto di sanità di Milano e, fin dal primo giorno della pandemia, non si è mai fermato. Inviato prima a Crema, poi a Beirut dopo l’esplosione al Porto ed infine qui nella piana di Vaglio Lise, alle porte di Cosenza. Sotto le sue tende sono state attivate laboratori analisi terapie intensive e letti di degenza che nei giorni feroci della seconda ondata hanno accolto decine di Pazienti Covid. Tutti si sono salvati ed è la medaglia di cui, questi soldati con la croce rossa sulla divisa, sono più fieri.

Da quando nei primi giorni di marzo, l’ospedale è stato trasformato in Presidio vaccinale della Difesa, oltre 16mila persone hanno ricevuto qua il trattamento di immunizzazione. Per la gente di Cosenza siamo diventati subito una presenza amata e rassicurante. A qualunque ora del giorno, gli anziani per ringraziarci dell’accoglienza ricevuta, ci regalano la certezza della loro gratitudine che traspare dagli occhi lucidi, un immagine che porteremo a casa con noi una volta terminato il nostro compito. Le persone apprezzano la gentilezza dei sanitari, l’organizzazione ferrea con cui le complesse pratiche burocratiche per la registrazione delle vaccinazioni vengono realizzate, evitando code e assembramenti.

Ma soprattutto sta imparando ad avere fiducia nei giovani medici che, con parole gentili e competenti, fugano dubbi e paure sui rischi delle vaccinazioni. Tra loro Carol, la più ”anziana” del campo, dove lavora sino da quando questo era un ospedale Covid assistendone i malati. Nei suoi primi mesi di servizio dopo l’arruolamento, trascorsi nei reparti Covid del policlinico militare del Celio di Roma, ha contratto il virus in forma grave. Guarita completamente, nel ricordo delle sue passate sofferenze, ha trovato nuove energie e una grinta da leonessa per combattere oggi in trincea la battaglia dei vaccini. L’unica che allontanerà l’incubo per sempre. Andrea era invece un promettente chirurgo plastico con un dottorato di ricerca e un incarico da assistente universitario. Ha abbandonato tutto alla soglia dei 40 anni per un anno di ferma volontaria nelle unità militari anticovid. A spingerlo il desiderio di “vendicare” il padre uno dei primi malati in Italia, in questi giorni guarito per la seconda volta dopo essersi infettato di nuovo. Ogni vaccino che riesce a fare è per lui come un colpo di baionetta tirato al fianco del maledetto virus che ha cercato di strappargli tutta la famiglia.

Se ai dottori spetta il compito di visitare ogni singolo paziente, individuando per lui il siero più adatto, a stringere fisicamente in mano, l’arma che sconfiggerà il virus, sono i sottufficiali infermieri che ogni giorno realizzano centinaia di iniezioni di vaccino. Tra loro Francesca l’unica cosentina di questa incredibile squadra, una meravigliosa figlia piccola e un marito poliziotto. Si è arruolata a quasi 30 anni lasciando la prospettiva di un posto sicuro e oggi, dopo il suo anno di ferma, vuole passare in servizio permanente perché si è innamorata dell’uniforme con cui ha combattuto la battaglia più bella e importante della sua vita.

Assieme ai “medici ragazzini” lavorano i veterani della sanità militare, da sempre la spina dorsale di un asset dimostratosi fondamentale in questa emergenza. II colonnello Antonio Mezzacappa è il direttore sanitario del nostro Presidio Vaccinale. Neurologo con decenni di esperienze nelle corsie del Policlinico militare del Celio. È un omone bonario che, con i suoi sorrisi sornioni, e tanto buon senso, riesce a far marciare il presidio come un orologio svizzero, qualsiasi cosa succeda. Sempre dal Celio arriva Maria Anna il maresciallo Biologo chiamata ad analizzare i tamponi covid. Lei abituata ad operare negli attrezzatissimi laboratori del policlinico, da quando è a Cosenza ha processato oltre 15 mila tamponi in un piccolo container attrezzato in cui a mala pena ci si muove, dando un fondamentale contributo alla nostra battaglia. Mentre le file dei vaccinandi ci scorrono ogni mattina interminabili davanti agli occhi ci pare quasi un sogno impossibile che un giorno tutto questo possa finire. Ma quando quel giorno verrà, perché verrà ne siamo certi, e torneremo tutti ad essere medici, infermieri e giornalisti, potremo raccontare ai nostri figli e nipoti che un giorno, quando "il Piave mormorò" a far "contro il nemico una barriera" ci siamo stati anche noi!

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