L'Oms: "Situazione allarmante". Ma ha perso tempo sulla pandemia

L'Oms ha chiesto all'Europa di fare "di più di quanto fatto" sulla lotta contro il virus. Tra precedenti e prospettive, ecco cosa ci hanno detto in esclusiva il Prof. Leoni, il Prof.Clementi ed il Prof. Bassetti

Quasi 5 milioni di nuovi casi di infezione da Sars-CoV-2 nel mondo e oltre 85mila morti vengono riportati dall'Oms, l'Organizzazione Mondiale della Sanità, nell'ultimo rapporto settimanale sull'andamento della pandemia di Covid-19. E poi, mentre la variante inglese è stata già segnalata finora in 50 Paesi, Italia compresa, la variante sudafriana del virus (501Y.V2), dalla prima rilevazione del 18 dicembre, è stata invece individuata in 20 Paesi.

Il richiamo dell'Oms

A seguito di questi numeri, l'Oms ha invitato l'Europa a reagire con maggiori sforzi alla "situazione allarmante" creata dalla nuova e più contagiosa variante del coronavirus. "Questa è una situazione allarmante, il che significa che per un breve periodo dovremo fare di più di quanto abbiamo fatto", ha detto il direttore europeo dell'Oms Hans Kluge durante una conferenza stampa online. Inoltre, il nuovo ceppo "potrebbe gradualmente sostituire altri che circolano nella regione, come si è visto nel Regno Unito e sempre più in Danimarca". Insomma, un richiamo bello e buono lanciato nei confronti dell'Europa che, nonostante lotti con ogni mezzo per contrastare la pandemia, non riesce ancora a fermare il virus. L'Oms, però, aveva inizalmente sottovalutato la sua pericolosità: come ben ricordiamo, ha impiegato numerose settimane prima di dichiarare lo stato pandemia mondiale.

"Hanno perso tempo"

"L'Oms, come istituzione, ha il potere di richiamare le varie nazioni sulla base dei dati che arrivano e vengono analizzati. Però, ha faticato parecchio per la dichiarazione di pandemia, ci siamo arrivati con una certa lentezza: questa parola era pesante da pronunciare ma l'infezione era ormai in più continenti", ci ha detto in esclusiva Giovanni Leoni, vice-presidente della Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri (FNOMCeO). Mentre l'epidemia si diffonde entro certi limiti nello spazio e nei tempo, la pandemia si ha "quando c'è un aumento incontrollato di contagi su più continenti, il cambio di definizione non è trascurabile", aggiunge il Prof. Leoni.

Il precedente con l'Italia. Qualche anno fa, un richamo diretto da parte dell'Oms fu fatto anche al nostro Paese. "È accaduto quando siamo scesi sotto il tasso ottimale delle vaccinazioni della prima infanzia come varicella e poliomelite: improvvisamente, tolta l'obbligatorietà, c'era stato un problema di abbassamento importante e l'Oms ci fece questo richiamo. È giusto che li faccia perché è un'istituzione che ha un'osservatorio su scala mondiale", ci ha detto il vice-presidente.

Il problema dell'Africa. L'allarmismo dell'Oms ha una duplice funzione: far mantenere alta la guardia nei Paesi dove il virus "corre" ma porre l'attenzione anche in quelli del terzo mondo come l'Africa, dove i vaccini non si sa quando e come arriveranno. Il problema, così, potrebbe riguardare l'intera popolazione mondiale. "Se si formano delle varianti, come quella sudafricana che è la prima ad essere comparsa ma potrebbero essercene anche altre non note, e si lasciano proliferare in maniera indisturbata, queste varianti tornernno in Europa ed America. Non voglio neanche immaginare che la variante del virus riuscirà a sopravvivere, mutando". Insomma, il problema per il nostro futuro non è di poco conto: se non si formerà l'immunità di gregge, qualsiasi variante del Covid da qualsiasi parte del mondo potrebbe tornare ad infettare e mietere vittime.

Il ruolo dell'Oms

L'Oms è un'istituzione politico-scientifica finanziata da tutti Paesi: ricordiamoci le problematiche quando Trump voleva smettere di farne parte (qui un nostro pezzo) "È un'istituzione che ha finalità di tipo scientifico ed un effetto di coordinamento sui governi e sui Ministeri della Sanità. Fa anche un richiamo a quelle che sono le necessità globali dell'umanità, controlla i focolai epidemici nei vari angoli del mondo e richiama alla sorveglianza e cooperazione affinché altre istituzioni, come l'Onu o altre, siano di aiuto per risolvere situazioni di calamità naturali", ci dice Leoni, il quale aggiunge che il richiamo ha un effetto su quelle che poi saranno le decisioni politiche che i singoli Paesi prendono. "È ovvio che i Ministeri della Salute rispettino le sue indicazioni ma saranno poi i Paesi a mettere in atto i vari distinguo. Non ha un potere politico ma di indirizzo".

"Prospettive pessime"

Gran parte del richiamo da parte dell'Organizzazione Mondiale della Sanità è dovuto a quanto succede nel Regno Unito, che da ottobre ad oggi ha sperimentato due varianti del virus, l'inglese e la sudafricana, che si stanno diffondendo a macchia d'olio in decine di Paesi come scritto in apertura. In basso abbiamo allegato una mappa interattiva con la situazione in tempo reale. "Sono impressionanti le curve di aumento del virus in Inghilterra e a Londra, aumentando in maniera logaritmica il contagio aumentano anche chi va in ospedale, in terapia intensiva e chi muore. È chiaro che la prospettiva è pessima per la diffusione del contagio anche in un contesto italiano che vede le terapie intensive arrivate al 36-37% di occupazione con la soglia di allarme che si ha dopo il 30%; le sub-intensive al 46% con soglia di allarme al 40%. Non ci possiamo permettere una accelerazione di contagi", afferma Leoni.

"Veloci con i vaccini"

"L'Oms ha colto quella che è la caratteristica di questa variante, che viene trasmessa molto efficientemente ed ha superato il virus originale come capacità di trasmissione. C'era anche il pericolo che non fosse risconosciuta dai vaccini ma l'ultimo lavoro tranquillizza sotto questo aspetto", afferma al nostro giornale il Prof. Massimo Clementi, Direttore del Laboratorio di Microbiologia e Virologia dell'Ospedale San Raffaele di Milano. "Certamente, essendo molto diffusiva, i casi in Gran Bretagna ed in altri Paesi sono aumentati per la circolazione incrementata da parte di questa variante. Adesso dobbiamo spingere sull'accelerazione della vaccinazione, non c'è una soluzione diversa da questa. Spero che arriveremo all'estate con una consistente porzione della popolazione vaccinata. Bisognerebbe fare come gli israeliani, che hanno già vaccinato due milioni di persone in due settimane", afferma l'esperto.

"Terza ondata? C'è ancora la seconda"

"L'Oms ci bacchetta? Non c'è solo l'Oms, anche tanti Paesi hanno preso delle cantonate, oggi è un modo per mettere le mani avanti. In alcune Regioni le cose vanno molto male e c'è bisogno di interventi radicali, in altre le cose non vanno così male e devono continuare a lavorare come hanno fatto fino ad oggi ed altre ancora in cui le cose vanno meglio e bisognerebbe anche premiarle". È il pensiero di Matteo Bassetti, direttore della Clinica di Malattie infettive dell'Ospedale Policlinico San Martino di Genova e componente dell'Unità di crisi Covid-19 della Liguria, che ha parlato in esclusiva per ilgiornale.it. "In alcune Regioni il virus ha rialzato la testa, altre non hanno mai realmente controllato la seconda: è difficile parlare di terza ondata quando ci sono alcune regioni che sono nel mezzo della seconda", sottolinea l'infettivologo genovese.

"Continuare con questo sistema". "Ogni Paese guardi alla propria epidemiologia ed alla propria realtà, specie uno grande come il nostro con oltre 60 milioni di abitanti": in pratica Bassetti ci dice che non è utile prendere spunto da altri Paesi, ogni realtà europea fa storia a sé ed un metodo che può andare bene in Francia o Germania può non esserlo da noi. "Trovo, nella gestione del Covid a livello europeo, un po' di disordine: buona parte delle nostre decisioni sono state prese perché prima le ha fatte un Paese e poi un altro. Se siamo convinti del sistema a colori, continuiamo sulla nostra strategia. Se seguiamo l'esempio di un altro Paese vuol dire che manca una linea guida", ci dice il Prof., che insiste nel continuare nel nostro modello a colori senza farci condizionare da quanto avviene altrove.

Un premio a chi va meglio. Detto che ogni realtà regionale è diversa dall'altra, dopo tanti mesi di sacrifici andrebbero, secondo Bassetti premiate le Regioni virtuose che lavorano meglio. "Durante il periodo natalizio, ad esempio, si poteva rimodulare per differenziare le Regioni: probabilmente, alcune hanno situazioni difficili in cui la zona rossa non basta e si può pensare a farne una nera, chiusura totale di tutto. Altre zone, che hanno lavorato meglio e saputo organizzarsi meglio, potrebbero stare in zona gialla o, in futuro, anche in zona bianca. Deve essere un meccanismo che premia". Insomma, continuare a guardare e differenziare in base agli indici Rt, alle terapie intensive, agli ospedali ed alla capacità di affrontare eventuali recrudescenze. "Il ragionamento che ha portato i suoi frutti, fatto ai primi di dicembre, potrebbe essere un buon modo per muoversi. Più che continuare con le prese di posizione, credo sia meglio continuare a muoversi con un sistema che è metodologicamente e scientificamente più corretto rispetto a dire di chiudere tutta Italia allo stesso modo".

La speranza della zona bianca. "È bene iniziare a vedere un po' di luce in fondo al tunnel: l'idea delle zone bianche che si possano istituire quando l'Rt scendesse sotto un certo livello, rappresenta una speranza che se le cose dovessero andar meglio si potrebbe tornare ad una condizione di quasi normalità", afferma Bassetti. Per far questo, però, ci vuole la collaborazione di tutti i cittadini. "Bisogna lavorare molto sui comportamenti individuali, molte persone ancora non hanno capito quanto sia importante distanziarsi, sono cose sulle quali si fa difficoltà".

La mancanza di diagnostica

Ancora oggi, anche si stanno facendo dei lenti progressi, in Italia manca una mappatura completa con le varianti del Covid perché non esiste un'organizzazione che ci dica se nel laboratorio dell'ospedale X siano state riscontrate varianti e di quale ceppo, se inglese, sudafricana o qualsiasi altra. "A livello di diagnostica pecchiamo in maniera importante rispetto ad altri Paesi. Non sappiamo cosa stia circolando in Italia, abbiamo dei dati soltanto di alcuni laboratori ma non tutti eseguono il sequenziamento e quale sia la mutazione. Probabilmente, una recrudescenza così veloce come quella di fine ottobre e primi di novembre poteva essere legata anche al fatto che circolassero delle varianti più contagiose. Ma sono soltanto supposizioni, non abbiamo una mappatura dei virus che circolano in Italia con le varianti. A livello di genomica si deve investire, obblighiamo i laboratori a prendere ceppi campione che determinino le mutazioni. Diversamente, rimane un po' per aria", conclude Bassetti.

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