Quella partita sulla dottrina dietro lo scontro sul Padre Nostro

In ballo c'è l'unità della Chiesa minacciata dalla liturgia "liquida" che piace a Bergoglio

Quella partita sulla dottrina dietro lo scontro sul Padre Nostro

C'è molto di più che la diversa interpretazione di una frase dietro la dura polemica che si è scatenata da quando lo scorso 15 novembre la Conferenza Episcopale Italiana (Cei) ha approvato la modifica del Padre Nostro sul Messale. Come ormai tutti sanno il Non ci indurre in tentazione verrà sostituito dal Non abbandonarci alla tentazione, che i vescovi italiani ritengono più conforme al significato originale in greco. Opinione non condivisa da molti teologi ma anche da una parte consistente dei cattolici italiani, per i quali detto per inciso non è che la nuova formulazione risulti più immediata nel significato di quella tradizionale.

A rendere incandescente la materia ci sono motivi che raccontano delle profonde inquietudini e divisioni che segnano l'attuale momento della Chiesa cattolica, non solo italiana. Un primo motivo riguarda proprio la confusione che oggi regna nella Chiesa riguardo ai contenuti della fede e della morale, come in modo esemplare dimostra lo scontro non ancora risolto sulla comunione ai divorziati risposati seguito all'esortazione apostolica Amoris Laetitia (19 marzo 2016). Non c'è dubbio che negli ultimi anni si susseguono «novità» che vanno nella direzione di un cedimento alla mentalità del mondo: dalla discutibile rivalutazione di Martin Lutero alla condiscendenza verso la cultura omosessualista, dal primato della prassi sull'ortodossia alle aperture su donne diacono e preti sposati, è tutta una corsa al cambiamento che sembra condannare ciò che è stato vero in duemila anni di Chiesa. Non a caso tanti cantori del nuovo corso amano parlare della «Chiesa di Francesco» o della «nuova Chiesa», per indicare una rottura con il passato considerato ormai incapace di dire qualcosa che il mondo sia in grado di ascoltare.

Ammesso e non concesso che fosse giusto toccare l'unica preghiera insegnata da Gesù e all'interno della liturgia che è il cuore della vita della comunità cristiana, era proprio così necessario aggiungere ora un altro fattore di instabilità nel popolo di Dio? E come si concilia questa puntigliosità quando ogni domenica ci sono tanti preti che improvvisano cambiamenti della liturgia senza che nessuna autorità ecclesiastica intervenga?

In tutta questa vicenda è stato ignorato il Catechismo della Chiesa cattolica, che offre già la spiegazione del versetto «non ci indurre in tentazione» (nn.2846-2849); spiegazione che non collima con la nuova traduzione. Nel giro di pochi mesi è perciò la seconda volta che viene «toccato» il Catechismo, dopo il cambiamento sulla pena di morte che Papa Francesco ha introdotto nell'agosto scorso. Un segnale che la dottrina della Chiesa può cambiare nel tempo o anche che sia possibile ignorarla, rendendo ancora più «liquida» la consistenza attuale della Chiesa.

Ma c'è anche un motivo più profondo, ed è la battaglia delle traduzioni che sta dividendo i vertici della Chiesa cattolica. Il 9 settembre 2017 papa Francesco pubblicava il Motu Proprio Magnum Principium in cui introduceva dei cambiamenti nella procedura di approvazione da parte della Santa Sede di traduzioni e adattamenti dal latino dei testi liturgici preparati dalle singole Conferenze episcopali. Fatto rilevante è che la riforma era stata studiata da un gruppo ristretto di esperti, radunati alla Congregazione per il Culto divino ma tenendo all'oscuro il prefetto della stessa Congregazione, il cardinale guineano Robert Sarah, ritenuto troppo vicino alle posizioni di Benedetto XVI. Peraltro lo stesso Benedetto XVI pochi mesi prima, scrivendo la post-fazione al libro di Sarah, La forza del silenzio, aveva affermato che con lui «la liturgia è in buone mani».

Sebbene il testo si prestasse a diverse interpretazioni, i suoi estensori non facevano mistero che il vero significato dell'operazione era dare una maggiore libertà alle Conferenze episcopali in fatto di testi liturgici. Il cardinale Sarah non ha però tardato a reagire e in una lunga lettera inviata al Papa e pubblicata dal sito La Nuova Bussola Quotidiana il successivo 12 ottobre, si premurava di interpretare in modo ben più restrittivo il documento del Papa, con l'autorità che gli viene dal suo ruolo. Sarah temeva a ragione una deriva che portasse a una sorta di «federalismo liturgico» che mette in discussione la stessa unità della Chiesa cattolica. Ma la sortita del cardinale non era piaciuta a papa Francesco che infatti il successivo 22 ottobre con un'altra lettera smentiva il prefetto della Congregazione per il Culto divino e confermava l'intenzione di una devolution liturgica. Potrebbe sembrare una discussione accademica tra esperti, essa tocca invece il cuore della Chiesa cattolica, come ha chiarito anche il cardinale Gerhard Müller, ex prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, anche lui silurato da papa Francesco. In una intervista rilasciata a una rivista francese poco dopo lo scontro sulla Magnum Principium, Müller faceva sue le preoccupazioni del cardinale Sarah affermando: «La liturgia unisce, non deve dividere e fare scaturire contraddizioni.

L'autorità finale in caso di dubbi non può risiedere nelle Conferenze episcopali perché questo vorrebbe distruggere l'unità della Chiesa cattolica e la comprensione della fede e della comunione e della preghiera». La vicenda del Padre nostro dunque, è solo un episodio di una battaglia più grande su cui si gioca l'unità della Chiesa, e si può star certi che non finirà con la pubblicazione del nuovo messale.

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