Quando l'utopia cancella la Storia

Quando l'utopia cancella la Storia

Penso con infinita malinconia a Pechino e alla Cina, leggendo Tiziano Terzani, e più forte ancora deve essere stata la sua malinconia avendo vissuto la guerra del Vietnam dalla parte dei comunisti. Utopia, ideali, sogni: tutto, del comunismo, si è scontrato con la realtà. Ma soprattutto l'utopia (nel suo significato etimologico di «non luogo») perché, ben peggio del fascismo, l'urbanistica e le architetture e le città (in particolare di Pechino) sono state sconvolte irrimediabilmente togliendo a luoghi di grande civiltà e storia la loro identità.

Così Terzani avverte che il suo «sogno» di una uguaglianza degli uomini era stato «l'incubo» dei cinesi: nel 1949, quando i comunisti la presero, Pechino era ancora una città unica al mondo: «Un grande esempio di architettura, una città di struggente splendore che pareva fatta per vivere in eterno. Non è più così, Pechino muore. Le mura sono scomparse, le porte sono scomparse. Scomparsa è la maggioranza dei templi, dei palazzi, dei giardini, ogni giorno che passa una fetta in più della secolare Pechino se ne va sotto i colpi inesorabili dei picconi e delle ruspe».

Vedendo le fotografie non possiamo né dimenticare né consolarci, possiamo solo disperarci di vedere come simbolicamente il comunismo ha ridotto una parte meravigliosa del mondo distruggendo una civiltà: «Invece di fare un comunismo o un socialismo cinese, Mao ha voluto distruggere tutto quello che era cinese per creare una società completamente nuova. E questo è spaventoso!».

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