Quaranta anni fa il sequestro di Cristina Mazzotti

La diciottenne morì di stenti. I genitori, ignari della triste fine della loro figlia, pagarono un riscatto di un miliardo e 50 milioni (pari a 5,5 milioni di euro di oggi). Il forte impegno nel sociale della Fondazione dedicata alla memoria di Cristina Mazzotti

Cristina Mazzotti

Quasi quaranta anni fa la 18enne Cristina Mazzotti fu rapita sotto gli occhi dei suoi amici. Il primo luglio 1975 quella non fu che una delle molte notizie di cronaca nera allora molto abbondanti: 59 omicidi nella sola Calabria in quell’anno, 150 in media per una decina d’anni nella provincia di Milano, ovunque rapine a mano armata, episodi di terrorismo, rivolte delle carceri e una criminalità sempre più organizzata, brutale e pericolosa. I sequestri di persona nell’arco di vent’anni furono circa 600.

Cristina fu solo una delle tante vittime. Le vicende del suo rapimento furono però particolarmente seguite dai media d’allora e commossero l’Italia. In un certo senso, rappresentano uno spartiacque nel modo d’agire della delinquenza professionale. Fu, infatti, il primo avvenuto al Nord di cui si conosca il coinvolgimento di bande legate alla ‘ndrangheta. Cristina fu “prelevata” senza usare violenza, non si ribellò e sembrò quasi obbediente a un ordine; in realtà, la ragazza non oppose resistenza per evitare di coinvolgere gli amici presenti nella vettura in cui si trovava in quel momento, bloccata dai rapitori sulla strada per Longone al Segrino. Tornavano, verso casa, a Eupilio, nel Comasco. Ad agire una "banda mista", composta da persone native della Lombardia, ideatrici fra l’altro del rapimento, e della Calabria vicina alle cosche. La gestione del rapimento finì ben presto in Calabria, a Lamezia Terme, nelle mani di Antonino Giacobbe, indiziato per un altro rapimento avvenuto in Calabria e per essere il mandante (poi assolto al processo) dell’omicidio di Francesco Ferlaino, uno dei primi magistrati antimafia, avvenuto due giorni dopo il rapimento di Cristina. La ragazza non fu trasferita in Calabria, come avverrà per i numerosi sequestri successivi, rimase sempre in un luogo vicino al rapimento. Un inquirente avrà modo di osservare che se invece fosse stata trasferita nelle zone impervie dell’Aspromonte, avrebbe avuto più chance di sopravvivere.

Responsabile della custodia è Giuliano Angelini, geometra, 39 anni, un pregiudicato coinvolto in un giro di tir rubati e addirittura in un traffico di armi; il suo nome era perfino emerso fra gli estremisti di destra collegati all’inchiesta sulla strage di piazza Fontana nel 1969. Comanda un gruppo di quattro o cinque uomini poco esperti. L’Angelini si diletta di medicina e alterna personalmente la somministrazione di farmaci soporiferi a eccitanti, questi secondi, per ammissione dello stesso Angelini, utilizzati soprattutto quando si trattava di dover scrivere alla famiglia, al fine di ottenere dalle lettere il massimo delle espressioni ansiose e angosciare maggiormente i genitori. Questi ultimi, effettivamente, ipotecando la casa affrettarono il pagamento del riscatto, pari a un miliardo e 50 milioni di lire (corrispondenti, oggi, in termini di potere d’acquisto a 5,5 milioni di euro – indice Istat), avvenuto tramite consegna effettuata da familiari. La ragazza è tenuta in uno spazio umido, scavato nel terreno di un garage a Castelletto Ticino, non può nemmeno alzarsi in piedi; il fisico debilitato non regge lo stress e un mese dopo il rapimento la ragazza è in fin di vita. Non è chiaro come avvenne il decesso, datato il giorno prima del pagamento del riscatto dai famigliari ignari della tragica conclusione. Prima della povera Cristina, in zona si erano già verificati altri tre rapimenti finiti tragicamente nonostante il pagamento del riscatto, ma secondo l’assassino la ragazza non aveva mai visto in volto i suoi carcerieri, per cui non c’era ragione di sopprimerla. Angelini sostenne che la morte della ragazza incorse dopo l’ultima somministrazione di valium; per gli inquirenti si affacciò l’ipotesi che fosse stata uccisa a bastonate in una discarica vicina alla prigionia, a Varallino di Galliate, dov’era stata portata probabilmente ancora in coma. E lì, in effetti, fu trovato i corpo, ma solo un mese dopo, alla fine di agosto.

Le indagini brancolarono nel buio, fino a quando uno del gruppo legato all’Angelini commise uno errore fatale. L’Angelini e i suoi complici ricevettero un compenso di “appena” 104 milioni di lire, il 10% del riscatto e meno di quanto pattuito con i calabresi. La scusa addotta dal Giacobbe fu che la ragazza era morta, una negligenza che indubbiamente complicava notevolmente le cose. Non solo: Giacobbe pretese che uno dei “custodi” si assumesse le responsabilità del rapimento, per attirare solo su di lui le indagini. Ma, appena ricevuta la somma, uno dei complici dell’Angelini, Libero Ballinari, colui che aveva portato il corpo in discarica, esperto esportatore di valuta, pensa bene di traferire subito i soldi in Svizzera per “ripulirli”. Qui avviene l’imprevisto: il dipendente della banca avverte la polizia cantonale dell’anomalo versamento di una grossa somma da parte del cliente; gli svizzeri, peraltro convinti che la ragazza fosse ancora viva, avvertono subito la polizia italiana che si mette a indagare sull’esportatore di valuta, scoprendo che è una persona nota alla famiglia Mazzotti. Gli interrogatori, i pedinamenti e le intercettazioni telefoniche portano all’Angelini e alla sua banda; una perquisizione permette di trovare oggetti appartenenti alla ragazza, tra cui un orologio Rolex, detenuti in casa dell’Angelini e della convivente. La confessione del Ballinari condurrà al luogo dove era nascosto il corpo di Cristina, al nome dei complici e dei calabresi coinvolti, ma stranamente non di chi aveva eseguito materialmente il sequestro. Si saprà molti anni dopo, solo nel 2008, che uno di questi era Demetrio Latella, detto Luciano, allora un coetaneo di Cristina, ma già pericolosissimo, legato alla banda del catanese Angelo Epaminonda. Grazie all'impronta di un dito pollice lasciato sull’auto dove si trovava la rapita e all'aiuto che l'elettronica oggi è in grado di fornire alla Polizia scientifica, si poté risalire al personaggio.

Ancora oggi, i 100 milioni di lire consegnati alla banda dell’Angelini, sono gli unici recuperati del miliardo versato. In capo a quattro anni furono comminati otto ergastoli e due condanne a molti anni di prigione. Quello che non si comprenderà mai abbastanza della vicenda è perché l’Angelini coinvolse i calabresi nel rapimento, i quali ebbero tutto sommato un ruolo marginale. Gli articoli dei giornali riferivano di voci raccolte fra gli inquirenti su un probabile “primo livello” rimasto parzialmente sconosciuto, oltre il nome di Giacobbe. Si intravvedeva, in sostanza, non solo un legame di tipo nuovo fra malavita lombarda e criminalità organizzata calabrese, ma anche, visti i trascorsi di Angelini, un collegamento con l’eversione nera, un “livello” molto alto dove servizi deviati e alcuni politici di estrema destra.

Nasce la Fondazione intitolata a Cristina

Vi fu una seconda vittima nella famiglia Mazzotti. Il padre della ragazza, Elios, sette mesi dopo la scoperta del corpo della figlia, non reggendo al dolore, morì d’infarto in Argentina, dove si trovava per lavoro. La famiglia, da sempre sensibile e attenta ai problemi sociali, dichiarò ai giornali di allora d’essere contraria alla pena di morte per i rapitori, la cui reintroduzione era invocata a gran voce dall’opinione pubblica e invece di cercare di dimenticare, all’opposto volle ricordare per sempre. Fu il padre a esprimere il desiderio di creare, per onorarne la gioventù distrutta, una Fondazione intitolata a Cristina, il cui scopo doveva essere aiutare le famiglie colpite dai sequestri di persona, oltre a dedicarsi al recupero dei giovani con problematiche sociali. In effetti, un dato colpisce del sequestro di Cristina: la giovane età di diversi fra i rapitori, compresa fra i 19 e i 25 anni. La Fondazione si prefiggeva di contrastare anche la diffusione di comportamenti antisociali, agendo come cassa di risonanza nei confronti delle istituzioni. Il quotidiano “La Provincia di Como”, in accordo con la famiglia, aprì una sottoscrizione destinata alla costituenda Fondazione Cristina Mazzotti. La partecipazione popolare fu grande: si raccolsero 100 milioni di lire (oltre 500 mila euro di oggi – indice rivalutazione Istat), ogni lettore aveva mediamente versato 10/15mila lire (dai 50 a 80 euro – Istat). Costituita il 10 ottobre del 1975, la Fondazione fu riconosciuta ente Morale nel 1982. Presidente Carla Antonia Airoldi Mazzotti, con la collaborazione attiva di Eolo Mazzotti, fratello di Elios e zio di Cristina.

Le prime attività furono indirizzate ad aiutare i giovani attraverso erogazioni finanziarie a varie scuole della provincia di Como. Si trattò, fra altre cose, di concorrere nelle spese per acquisti di apparecchiature tecnico-scientifiche, attrezzature sportive e borse di studio. Contemporaneamente, contro il rischio di possibili atteggiamenti fatalistici e di assuefazione, a sostegno dell’impegno civile contro la diffusione di comportamenti antisociali e di devianza giovanile, la Fondazione puntava decisamente sull’organizzazione di convegni e tavole rotonde con cadenza annuale, quasi sempre finalizzati a studiare la fenomenologia criminale e a sensibilizzare media e opinione pubblica. Collaborerà spesso con le Regioni Lombardia e Lazio, la Camera di Commercio di Milano, varie Università, il Centro Lombardo problemi dello stato e occasionalmente con altri enti, quali l’Organizzazione mondiale della sanità. Propone studi sugli effetti immediati e differiti dei sequestri di persona, con la viva partecipazione dei familiari e delle vittime.

Già nel 1979 la Fondazione collabora con il docente di psicologia Dan Olweus, svedese, un pioniere nell’individuare e studiare il fenomeno del bullismo nei paesi dove ha insegnato, la Norvegia e la Svezia, dopo ripetuti episodi di suicidi da parte di ragazzi vessati dai loro compagni. Per tutti gli anni 80, promuove incontri e tavole rotonde su vari temi: la criminalità in Lombardia, l’atteggiamento nei confronti dei sequestri, la criminalità organizzata a Roma, nell’area tiburtina e a Guidonia, i rapporti fra giustizia e informazione, fra stato e mafia, il coinvolgimento degli Enti locali nella lotta alla criminalità e la droga. Negli anni 90, quando i sequestri di persona sembrarono scemare, la Fondazione Cristina Mazzotti proseguirà la sua attività concentrandosi sul disagio ambientale. In particolare, nel 1995 e nel 1996 collabora con il Centro interuniversitario Roma-Napoli-Firenze-Milano per un convegno sul disagio giovanile e uno sulla protezione psico-sociale dell’adolescenza, un tema ripreso singolarmente nei convegni patrocinati gli anni successivi a Firenze e Roma.

Negli ultimi anni la Fondazione ha affrontato temi a carattere filosofico e morale, a aprtire da un convegno all’Università degli studi Federico II di Napoli, su “Nuovi media e sviluppo della mente”, cogliendo il momento di diffusione di internet soprattutto, ma anche i nuovi modelli di televisione digitale. L’incontro è fra studiosi e docenti di varie università italiane.

Il convegno sul disagio giovanile

A 40 anni dal tragico evento, la Fondazione Cristina Mazzotti, presieduta dalla madre, Carla Antonia Airoldi Mazzotti, intende riaffermare il proprio ruolo nel contesto civile per promuovere nelle nuove generazioni la fiducia che devono avere nel futuro. Vuole collaborare con chi si sente di offrire una fattiva solidarietà, per aiutare chi ha sbagliato e chi si trovi in difficoltà perché soverchiato da situazioni non sempre da imputare a loro colpa.

Ed è così che per venerdì 3 luglio 2015, a 40 anni dal sequestro di Cristina Mazzotti, la Fondazione ha promosso un meeting su questo tema: “Il disagio giovanile, famigliare, scolastico, lavorativo e personale”. Il convegno si terrà a Erba (Como), al centro congressi di Lario Fiere, a partire dalle ore 9 fino alle ore 17,30. Sono previsti interventi di don Luigi Ciotti, Carlo Smuraglia, Nando Dalla Chiesa, GianVittorio Caprara .

Parteciperanno anche numerosi esponenti di associazioni operanti nel territorio, i quali parleranno del disagio giovanile in base alle loro esperienze e al loro lavoro di recupero utilizzando tutti gli strumenti disponibili, dallo sport al “fare rete”. Prevista una emozionante ricostruzione teatrale delle vicende legate al rapimento di Cristina Mazzotti, realizzata dagli studenti degli istituti De Amicis di Milano.

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