Quegli europeisti fuori dall'Europa

Vuoi vedere che alla fine i peggiori nemici dell'Europa sono proprio i più scatenati europeisti o, quantomeno, i sedicenti tali?

Quegli europeisti fuori dall'Europa
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Vuoi vedere che alla fine i peggiori nemici dell'Europa sono proprio i più scatenati europeisti o, quantomeno, i sedicenti tali? Perché, risultati elettorali alla mano, chi si riempe la bocca con un eccesso di prosopopea «unionista» alla fine dei conti torna a casa con un pugno di sabbia. E non è solamente una questione italiana. Due dei premier più accanitamente europeisti tra i 27 che compongono l'Unione - il francese Emmanuel Macron e il tedesco Olaf Scholz - sono usciti dall'ultima tornata elettorale con le ossa rotte e i rispettivi governi in crisi. A forza di chiedere ai loro Paesi di cedere sovranità, gli elettori li hanno costretti a cederne un pezzo della loro.

Ma non possiamo tacere delle mestizie del Belpaese, dove i partiti che del filoeuropeismo talebano - quello trascinato per i capelli fino alle conseguenze più estreme, quello per cui l'Europa non è un mezzo ma un fine, a prescindere dalle idee che la compongono e da chi ne è al timone - a furia di parlare ossessivamente di Ue non ci sono neppure entrati nella Ue. Un paradosso che però spiega bene quanto sia sbagliato tirare per le stellette la bandiera del Vecchio Continente cercando di farla diventare vessillo di una sola parte. La Ue se è una casa comune - come deve e come dovrebbe essere - non può essere occupata abusivamente da chi ritiene di esserne l'unico proprietario, altrimenti si restringe in uno striminzito bilocale. Difatti la lista di Matteo Renzi ed Emma Bonino Stati Uniti d'Europa-Sue (che, con un miracolo di sintesi, nelle tre lettere dell'acronimo racchiude il suo, seppur nobile, unico punto programmatico) si inchioda al 3,7 per cento delle preferenze, rimanendo fuori dall'Europarlamento. Stessa sorte per Azione e il suo esondante leader Carlo Calenda che, dopo una instancabile campagna elettorale, porta a casa solo il 3,3 per cento delle preferenze, ampiamente sotto la soglia di ingresso a Bruxelles. Il flop degli ultra-europeisti senza se e senza ma ha però un altra faccia della medaglia: l'insuccesso dell'euroscetticismo più spinto.

Perché è sempre più evidente che l'Europa per poter pesare e influire sullo scenario internazionale deve essere unita, ma è ancor più

evidente che, fino all'altro giorno, quest'unione è stata portata avanti nel modo sbagliato. Il risultato delle elezioni non lascia margine ad alcun fraintendimento. Archiviati gli euroestremismi, ora serve l'euroragionevolezza.

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