Nel palazzo si agita il partito "per" Draghi

Quasi certamente Mario Draghi non ripeterà l'errore commesso da alcuni suoi predecessori meno illustri

Dal Quirinale al proporzionale il partito "per" Draghi scalpita

Quasi certamente Mario Draghi non ripeterà l'errore commesso da alcuni suoi predecessori meno illustri. Tecnici come Lamberto Dini o Mario Monti, che - solo pochi mesi dopo aver messo piede a Palazzo Chigi - sono rimasti folgorati dal fascino illusorio della politica. È pur vero, però, come fa notare il ministro della Pubblica amministrazione Renato Brunetta, che «se non esiste un partito di Draghi», da qualche tempo ormai «in molti stanno ragionando su un partito per Draghi». Sono infatti passati neanche sei mesi da quando l'ex numero uno della Bce ha giurato come presidente del Consiglio e già si iniziano a intravedere oscillazioni che, a seconda di come andranno le cose di qui a gennaio, potrebbero aprire scenari inediti. Di certo, c'è che lo schema di gioco è oggi molto cambiato rispetto ai giorni del Conte 1 e del Conte 2. Perché il binomio dell'uomo solo al comando che si muove in nome dello stato di emergenza - per giunta con sondaggi di gradimento quasi senza precedenti - è un fatto politicamente nuovo. Soprattutto considerando che Draghi sta giocando la partita tenendosi a debita distanza dai partiti che lo sostengono. Nessuno dei quali, di contro, si è fatto davvero interprete autentico del draghismo, anche se è evidente che ci sono fluttuazioni in questo senso più o meno in tutti i partiti della maggioranza. Dove porterà questo smottamento ancora non è chiaro. Molto dipenderà dalla partita del Quirinale che in Parlamento si aprirà formalmente nella seconda metà di gennaio. E anche, fa notare il sottosegretario agli Esteri Benedetto Della Vedova, «da un'eventuale modifica dell'attuale legge elettorale».

D'altra parte, che si stia già formando una sorta di aggregazione trasversale in nome di Draghi non è un mistero. Nel Pd ne è ormai depositario il ministro della Difesa Lorenzo Guerini, certamente il più draghiano dei dem e forte di un rapporto diretto con il Colle. Il fatto che la corrente sua e di Luca Lotti abbia un peso decisivo nei gruppi parlamentari di Camera e, soprattutto, Senato non è affatto un dettaglio. Come non lo è il vicolo cieco in cui si è infilato il segretario dem Enrico Letta, ormai incartato in una sorta di «vorrei ma non posso». Fosse per lui sarebbe il più governativo di tutti, ma - almeno fino alle amministrative di autunno - è costretto a giocare in tandem con Giuseppe Conte. Che, come è noto, non ha certo buoni uffici a Palazzo Chigi, tanto che pure tra il premier e lo stesso Letta si sono registrati momenti di forte tensione. Rimanendo sul fronte M5s, non c'è dubbio che il ministro degli Esteri Luigi Di Maio abbia ormai intrapreso la strada del «draghismo». Ne sanno qualcosa gli altri ministri grillini Stefano Patuanelli, Fabiana Dadone e Federico D'Incà, costretti loro malgrado a seguirlo sulla riforma della Giustizia. Ma anche Lega e Forza Italia sono in agitazione. Nel Carroccio c'è un'area che fa riferimento al ministro dello Sviluppo Giancarlo Giorgetti che è decisamente in sintonia con l'ex numero uno della Bce e molto critica con il segretario leghista (soprattutto sul tema vaccini e green pass). Tra loro anche il governatore del Veneto Luca Zaia, uno dei pochissimi leghisti di primo piano che non ha debiti di riconoscenza con Salvini. E pure tra gli azzurri ci sono approcci diversi, con i tre ministri - Brunetta, Mara Carfagna e Mariastella Gelmini - su una linea di pieno sostegno al premier. Non a caso, Maria Elena Boschi, capogruppo alla Camera di Italia viva, in privato li ha definiti troppo «remissivi» quando si è consumato lo scontro sulla riforma della giustizia. Mentre Osvaldo Napoli, deputato di lungo corso, ha la sua lettura degli smottamenti in corso nel centrodestra. «Ormai da settimane - spiega l'ex azzurro, oggi nelle file di Coraggio Italia - è in corso un forte pressing per accelerare la federazione tra Lega e Forza Italia perché è evidente che il panorama politico visto fino ad oggi sarà radicalmente cambiato prima delle elezioni politiche del 2023». Inutile dire, infine, che tra i cosiddetti «draghiani» non può non essere annoverato anche Matteo Renzi, leader di Italia viva. Così come +Europa, di Emma Bonino e Della Vedova.

La spinta, insomma, è potente. E pur non essendo sul tavolo l'ipotesi di un partito guidato dall'attuale premier, è indubbio che questo schieramento trasversale abbia comunque già un'agenda politica nella quale riconoscersi. Che non è quella emergenziale - e dunque transitoria - della lotta al Covid-19, ma quella scandita dal Pnrr, con annessa iniezione di denaro pubblico e relative riforme collegate per gli anni a venire. Insomma, se non c'è il partito di Draghi, c'è certamente il programma di Draghi.

È però decisivo capire che ruolo e che spazio avrà. Potrebbe essere la base per portare l'ex numero uno della Bce al Quirinale, ipotesi realizzabile solo se la maggioranza del Parlamento garantirà la prosecuzione della legislatura. A quel punto, Draghi si farebbe garante del Recovery con Bruxelles direttamente dal Colle. Se il premier dovesse invece restare a Palazzo Chigi (al momento l'ipotesi più gettonata), in molti vedono salire le quotazioni di un bis di Sergio Mattarella, nonostante la sua ben nota ritrosia. Non solo perché sarebbe forse l'unico punto di caduta in grado di non sfasciare la maggioranza, ma anche perché l'ex banchiere centrale lo vede come il garante del suo lavoro e con un cambio della guardia al Quirinale gli equilibri potrebbero non essere più gli stessi.

In entrambi questi scenari - ma soprattutto nel secondo - un'eventuale modifica della legge elettorale diventerebbe un passaggio chiave nella spinta verso un contenitore «draghiano». «In una competizione proporzionale - spiega Della Vedova - sarebbe uno sbocco quasi fisiologico, in una sfida maggioritaria potrebbe invece essere un punto di arrivo solo in caso di pareggio. Ma difficilmente sarebbe una soluzione incruenta». Non a caso, dopo la pausa estiva sono in molti a teorizzare la necessità di mettere in agenda la riforma della legge elettorale. Comunque vada, quel che è certo è che il premier - con le nomine nelle partecipate del Mef, a partire da Cdp - sta già costruendo la nuova rete di comando del Paese di qui ai prossimi anni.

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