Il rugby buonista che esulta per le sconfitte

Il rugby buonista che esulta per le sconfitte

Quando il barone Pierre de Coubertin disse la più importante, e al tempo stesso falsa, frase sullo sport, avrebbe sperato di conoscere la nazionale italiana di rugby. Così «l'importante è partecipare» sarebbe diventata meno assurda di come suona. E, soprattutto, avrebbe avuto la soddisfazione di vedere tifosi esaltati per una sconfitta, massima ambizione possibile per dare un senso a quella frase.

Ieri l'Italrugby ha perso 36-15 a Twickenham, contro l'Inghilterra. Ha giocato bene, dicono le cronache. Ha messo paura agli inglesi, aggiungono. Non c'è delusione, ma una sotterranea felicità, come se la sconfitta valesse una vittoria. Il rugby italiano è così: nella storia del Sei Nazioni, ha vinto 12 volte e perso 75. Eppure si racconta sempre di un tifo felice, di stadi pieni, della diversità del rugby rispetto al calcio o a tutti gli altri sport in cui la sconfitta è un dramma.

L'impressione è che sia un fenomeno di costume più che sport. Perché nello sport la vittoria provoca felicità e la sconfitta sofferenza, dispiacere, delusione. Non è cinismo, è realismo. E spirito di competizione, ovvero l'essenza dello sport. Perdere fa parte della vita, oltre che del rugby e delle altre discipline. Ma non è normale essere felici per una sconfitta 36 a 15, come anche per un 36-35, come pure per un 70-0. È bello, appassionante, fa sentire tutti un po' più buoni. Ma una volta tanto sarebbe meglio festeggiare una vittoria.

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