"Salvare Salvini?". Sinistra lacerata sul giustizialismo

Era un argomento di polemica, di congetture, di ipotesi, ma verificare l'uso politico della giustizia nelle intercettazioni del giudice ed ex membro del Csm, Luca Palamara, nero su bianco, fa un certo effetto

"Salvare Salvini?". Sinistra lacerata sul giustizialismo

Era un argomento di polemica, di congetture, di ipotesi, ma verificare l'uso politico della giustizia nelle intercettazioni del giudice ed ex membro del Csm, Luca Palamara, nero su bianco, fa un certo effetto: quelle che una volta erano tacciate come allucinazioni garantiste, si sono rivelate pura realtà. Che un capo corrente della magistratura scriva in una conversazione su whatsapp «Salvini ha ragione sui migranti, ma va attaccato», «è una merda», avrebbe fatto venire giù il mondo in un altro Paese, anche durante un'epidemia. Da noi no. Sono arrivate dopo tre giorni le dimissioni dei vertici dell'Associazione Nazionale Magistrati, ma nessuna riflessione collettiva su una vicenda che squarcia un velo su trent'anni di Storia patria. Allora diciamola tutta di fronte al silenzio del Quirinale e di buona parte dei media: è proprio vero, nella democrazia italiana si può far fuori un avversario politico per via giudiziaria. È successo a tanti nella prima Repubblica: è capitato a Berlusconi, magari a Bossi, all'ex capo della segreteria di Pierluigi Bersani, Filippo Penati, ha avuto i suoi problemi sia pure non direttamente lo stesso Matteo Renzi, e, oggi, Matteo Salvini. Anche il sottoscritto nel suo piccolo lo ha provato sulla sua pelle, ma almeno si è preso la soddisfazione che una condanna della Cassazione, a cui aveva contribuito un giudice che nella sua vita ha fatto la spola tra le aule giudiziarie, il Parlamento e il governo, fosse giudicata dal Senato della Repubblica «una persecuzione». Naturalmente, anche in quel caso non è successo niente: tanti buoni propositi gridati ai quattro venti di bloccare la «porta girevole» (così l'aveva definita l'allora ministro della Giustizia, Andrea Orlando) attraverso la quale giudici e Pm entrano in politica e tornano in magistratura, sono, infatti, andati a farsi benedire. Ora, però, il Re è nudo. Anche i più scettici debbono ammettere che le intercettazioni di Palamara, grande frequentatore dei Palazzi del potere, hanno fatto venire giù anche l'ultimo velo di ipocrisia. Chi continua a far finta di niente a guardia di quel sepolcro imbiancato che è il giustizialismo nostrano, lo fa solo perché sull'uso politico della giustizia ci ha costruito una carriera se non addirittura un movimento o un partito.

E arriviamo al punto: in un momento in cui il Paese è sottoposto ad una prova terribile, in cui gli appelli all'unità si sprecano e i più paventano rivolte sociali, mettere ancora una volta la testa sotto la sabbia come gli struzzi, potrebbe rivelarsi letale per le Istituzioni. Non solo la magistratura, ma anche, se non innanzitutto, la politica, deve riscattarsi, deve dimostrare che ci si può confrontare, anche affrontare duramente tra avversari in Parlamento, ma senza usare carte bollate, tribunali o quinte colonne tra i Pm. Domani o al massimo il giorno successivo, la giunta per le autorizzazioni a procedere del Senato è chiamata a decidere sulla vicenda della nave Open Arms. L'allora ministro dell'Interno, Salvini, è accusato di una enormità, «plurimo sequestro di persona aggravato», per aver ritardato lo sbarco dei 107 migranti che la Ong aveva tratto in salvo: una scelta che molti ritennero profondamente sbagliata ma che discese da una valutazione squisitamente politica, visto che Salvini non fece altro che tentare di mettere in atto ciò che aveva promesso in campagna elettorale. Per essere chiari: anche il dissidio che si verificò in quell'occasione tra il premier e l'inquilino del Viminale doveva essere risolto, come poi è avvenuto, in sede politica. Trasferire il «caso» nelle aule dei tribunali, di fatto, significa reiterare quella ambiguità per cui su scelte che sono prerogative del potere esecutivo, e della sua dialettica interna, c'è un'invasione di campo del potere giudiziario. Per usare un paradosso, sarebbe come portare Giuseppe Conte davanti ad un giudice per aver deciso il lockdown troppo tardi, con tutto quello che ne è conseguito. Appunto, si ripropone una vecchia questione: l'autonomia della politica dalla magistratura, che è importante, per il buon funzionamento delle istituzioni, quanto il suo contrario.

Su questo argomento è chiamato a dire non tanto la sua, quanto a comportarsi di conseguenza, Matteo Renzi, che nei mesi scorsi ha posto più volte il problema. Del resto l'ex premier ha provato sulla sua pelle, quanto possono far male inchieste a strascico sui propri cari e sui propri collaboratori. Il leader di Italia Viva ha dimostrato proprio nelle ultime settimane di pensarla esattamente all'opposto di Salvini sui temi dell'immigrazione: una ministra del suo partito, Teresa Bellanova, è riuscita a far approvare una sanatoria che regolarizzerà la presenza di più di 200mila migranti nel nostro Paese. Un provvedimento che è osteggiato non poco da Salvini, ma sul quale alla fine, secondo i canoni della democrazia, saranno i numeri in Parlamento a decidere. Per cui Renzi, che non può essere certo accusato di «intelligence» con il leader della Lega sull'argomento, può rivendicare il primato della politica su questi temi ed evitare che la magistratura si arroghi erroneamente un ruolo di supplenza portando Salvini sul banco degli imputati. Sarebbe un segnale di non poco conto e un freno a quella parte della magistratura che confonde la sfera politica con quella giudiziaria. In fondo dopo aver salvato un ministro della Giustizia che ne ha combinate più di Carlo in Francia, salvando il soldato Salvini, con una presa di posizione ufficiale o usando le liturgie parlamentari, l'ex premier che è tentato - avrebbe la possibilità di rivendicare non con le parole, ma con i fatti il primato della Politica. Sarebbe una lezione per tutti.

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