Sarà il gennaio più caldo della politica

Sarà il gennaio più caldo della politica

L'analisi spietata della situazione, con una punta di rammarico per gli errori atavici del Carroccio, la traccia Luca Paolini, il più garantista tra i leghisti. «L'errore fatale ammette è stato privarci dello scudo nel '92, ai tempi del cappio... Ora dopo che i grillini hanno voltato le spalle a Salvini sul caso della nave Gregoretti, o andiamo alle elezioni o siamo morti. Se le otteniamo, andiamo al governo e regoliamo i conti. Se non ci riusciamo sono acidissimi affari nostri. È una partita che si decide in un mese». Quando si dice pane al pane e vino al vino. Probabilmente Paolini non esagera: né sulla posta in gioco, né sui tempi. Se gennaio è tradizionalmente un mese di passaggio, che accompagna una lenta ripresa dell'attività politica, in questi trenta giorni del 2020, invece, c'è un ingorgo di scadenze che potrebbero mettere delle grosse ipoteche sulla sopravvivenza del governo, sulla leadership dell'opposizione e sulla durata della legislatura. Si parte dal 12 gennaio, quando si scoprirà se le firme per promuovere il referendum confermativo sulla legge costituzionale che riduce i parlamentari ci saranno davvero: c'è chi scommette di no. Questione di non poco conto: se la legge, infatti, entrasse in vigore è difficile che a qualcuno venga voglia di urne anticipate, ben sapendo che saranno a disposizione un terzo in meno dei seggi dell'attuale Parlamento. Poi c'è il 20 il voto della giunta per le autorizzazioni a procedere su Salvini per l'accusa di sequestro di persona per la vicenda della nave Gregoretti. E, infine, le elezioni in Emilia-Romagna e in Calabria: un mese fa era dato per probabile che il centrodestra facesse cappotto; ora con Bonaccini, il governatore attuale dell'Emilia del Pd, che è risalito nei sondaggi e il centrodestra che si è diviso per il veto di Salvini sul forzista Roberto Occhiuto in Calabria, non è detto che non lo subisca.

Insomma, un ingorgo da duello all'ultimo sangue, perché per salvarsi Salvini ha bisogno dello scalpo di Conte, e viceversa. La condizione più difficile, però, è proprio quella del leader leghista: è lui che deve mettere in discussione l'attuale equilibrio, mentre Conte deve solo salvaguardare lo status quo. Non per nulla Salvini è preoccupato, per non dire terrorizzato per la pressione della magistratura, non solo per l'autorizzazione a procedere al Senato, ma anche per le tante incursioni che i pm interventisti stanno facendo ai suoi danni, prima fra tutte quella della procura milanese sull'affaire russo. Un trattamento che ricorda quello riservato a Silvio Berlusconi negli ultimi venti anni: solo che la tempra del Cav è diversa. Ecco perché per il leader della Lega è vitale uscire dall'assedio, al più presto: il che significa andare alle urne in tempi brevi, al meglio; o far fuori questo governo, come minimo. Solo che è complicato, estremamente complicato. Due sono i fronti possibili: uno in una logica di guerra riguarda i grillini, a cui il leader leghista punta a strappare parlamentari per provocare la crisi; l'altro, invece, prevede una possibile alleanza con Renzi. Sul primo c'è molto movimentismo, possibili promesse, un «training autogeno» pubblico leghista a cui corrisponde un pessimismo privato. «Forse potremmo prendere 10-15 grillini confida il vicesegretario della Lega, Andrea Crippa ma non servirebbero a niente. Il governo non cadrebbe. C'è un serbatoio di voti dell'opposizione che all'occorrenza lo terrebbero in piedi». Motivo per cui il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Federico D'Incà, si mostra serafico: «Non vedo zone d'ombra tra i 5stelle, né aree sensibili alle lusinghe di Salvini». Stando così le cose lo stato maggiore leghista, sotto sotto, guarda più dall'altra parte, verso Renzi e al suo nuovo approccio garantista. Raccontava qualche giorno fa Massimo Garavaglia, già sottosegretario al Mef nel governo gialloverde, ad un amico di Forza Italia: «Con i grillini non si va da nessuna parte, ma da Renzi qualche segnale c'è».

Si tratta, però, solo di segnali di fumo. C'è un problema tra i due Mattei: l'uno non si fida dell'altro, specie Salvini di Renzi. Anche le ultime vicende lo dimostrano. Nei contatti tra i due delle scorse settimane, l'ex segretario del Pd, sotto pressione per le inchieste sul finanziamento alla Fondazione Open, pose proprio il tema della giustizia in cima a tutte le emergenze. Solo che su questo argomento, sull'uso politico della giustizia, il suo interlocutore ascoltava poco, perché non lo considera popolare. Nel Belpaese, però, com'è noto, in 48 ore le situazioni si ribaltano: così dopo l'intervento dei giudici genovesi sull'Associazione Maroni Presidente per i famosi 49 milioni di euro della Lega, l'avviso di garanzia sull'uso dei voli di Stato, la richiesta di autorizzazione a procedere per la nave Gregoretti e l'attivismo della Procura milanese sull'affaire russo, il leader leghista ha provato sulla sua pelle che le interferenze giudiziarie sulla politica non sono una fissazione di Berlusconi. Ma per Matteo R. è complesso dare un aiuto a Matteo S. sul caso Gregoretti. «C'è l'ipoteca non piccola ha spiegato il leader di Italia Viva ai suoi che sulla nave Diciotti abbiamo votato per l'autorizzazione a procedere contro Salvini. Come possiamo motivare un orientamento diverso sulla Gregoretti? Noi non ci facciamo ridere dietro come Di Maio, che cambia opinione se gli fa comodo o meno. Né tantomeno siamo tipi da usare l'arma giudiziaria per far fuori un avversario. Ecco perché dobbiamo essere chiari nel dire che condanniamo l'operato di Salvini sul piano politico, mentre dal punto di vista giudiziario guarderemo le carte per vedere cosa c'è dentro. Partendo anche dal presupposto, da non sottovalutare, che il Pm ha chiesto l'archiviazione, mentre la Procura generale no».

Insomma, Renzi appare combattuto, tentato, ma è difficile che alla fine in Senato abbia il coraggio di cambiare spartito. Semmai la vicenda può essere un ulteriore monito per il futuro per dimostrare che il garantismo, in un Paese come il nostro, non è un compendio della politica ma un suo fondamento: lui l'ha avuto sul caso della Fondazione Open, Salvini sulla nave Gregoretti e, probabilmente, non finirà qui. «I leghisti ha confidato ai suoi non ci hanno chiesto niente ma è anche vero che la vera battaglia di Salvini non è questa ma su altro, su cosa c'è dietro l'affaire russo. Comunque, capisco che sia terrorizzato di fronte a tutto quello che gli stanno facendo arrivare addosso. Se le elezioni possono risolvere i suoi problemi? Per lui sarà complicato averle».

Appunto, la situazione è complicata perché il mese di gennaio sarà uno spartiacque per molti, molti dei protagonisti fatta una scelta non potranno più tornare indietro. È difficile, infatti, che Di Maio, dopo aver fatto rischiare la galera al suo ex alleato, possa riprendere un rapporto con lui: «Un tradimento del genere sentenzia Salvini determina una frattura sul piano etico e umano». Come pure per una maggioranza che votasse per l'autorizzazione a procedere contro la Lega, sarebbe poi folle rischiare le urne: «Nel breve periodo questa vicenda è l'analisi della maga Ghisleri sarà un volano elettorale per la Lega che stava perdendo consensi e ora è tornata su». Quindi, a gennaio si decideranno molte cose, soprattutto chi sarà la vittima delle prossime idi di marzo: se Salvini o Conte.

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