Ma la scienza non può sostituirsi al volere di Dio

Ma la scienza non può sostituirsi al volere di Dio

La ricerca scientifica, in particolare quando è rivolta alla medicina, trasmette all'uomo una smisurata volontà di potenza. Oggi, poi, accadde qualcosa di impensabile soltanto in un recente passato: la scienza si sostituisce a Dio (o alla natura) nel generare la vita e nel modificarla a piacimento degli uomini. Oppure a procrastinare in un tempo indefinito la morte.

Certo, questa ingegneria genetica in grado di impossessarsi della vita e di manipolarla ha qualcosa di portentoso, cioè di mostruoso, e propone una questione fondamentale: c'è un limite che può essere imposto alla ricerca scientifica? Non c'è scienziato, se non chi ha qualche scrupolo religioso, che risponda affermativamente alla domanda. Dunque, il limite lo deve imporre la cultura etica e la religione.

Non si tratta di affermare una visione oscurantista dello sviluppo civile ma si tratta di impegnare la collettività al rispetto del principio di responsabilità, principio che proprio la moderna ricerca scientifica, soprattutto quella genetica, ha modificato sostanzialmente rispetto al passato. Generalmente d'intende per responsabilità la coscienza di una colpa: per esempio, sono responsabile di un incidente stradale; responsabile di un reato Oggi la responsabilità deve essere intesa come coscienza del limite che l'uomo non deve oltrepassare.

Responsabilità nell'educazione dei figli: il limite che deve essere imposto al loro agire. Responsabilità nell'attingere alle risorse naturali: il limite allo sfruttamento della natura. Responsabilità della ricerca scientifica: il limite oltre il quale si devasta l'essere umano.E adesso si risponda alla domanda: chi ha ibernato quella ragazza malata ha agito con responsabilità? Neanche per sogno. Ha esercitato tutta la volontà di potenza del suo sapere e della sua tecnica scientifica per dar prova di come possano essere infranti i limiti della vita e della morte.

Solo questa irresponsabile volontà di potenza spiega l'ibernazione della ragazza. Supponiamo che tutto si svolga secondo il protocollo: la giovane si sveglierà fra cent'anni quando la medicina avrà trovato la cura del suo male, e vivrà. Come? Totalmente privata della sua identità, senza riconoscersi, alienata dal mondo, estranea alla socialità in cui verrà a trovarsi. Noi siamo individui storicamente determinati, cioè viviamo il tempo delle nostre esperienze e conoscenze che la storia ci consente di sviluppare. Al di fuori di questo contesto siamo nulla. Quella ragazza quando si sveglierà potrà essere guarita nel corpo ma sarà nulla nell'anima, cioè morta.

La vita degli esseri umani non è quella dei vegetali, ma il potere della scienza pur di affermare se stesso trucca le carte e chiama vita quella di un corpo senza la vita dell'anima. Come si comprende, la nostra cultura è a un bivio: c'è la strada che porta all'assoluta autonomia della ricerca scientifica e c'è quella lungo la quale s'invoca il principio di responsabilità.

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