Si fa presto a dire "restate in casa"

L'inserimento della Campania nelle zone rosse rende più credibile l'intera operazione "lockdown a semaforo" in tutto il Paese. Funzionerà? Pare di sì, piccoli segnali ci sono ma è ancora presto per fare bilanci.

L'inserimento della Campania nelle zone rosse rende più credibile l'intera operazione «lockdown a semaforo» in tutto il Paese. Funzionerà? Pare di sì, piccoli segnali ci sono ma è ancora presto per fare bilanci. Ciò non toglie che i buchi neri dell'operazione salvataggio siano ancora tanti e profondi.

Gli ospedali soffrono e si fa presto a dire: non intasateli, se positivi asintomatici o lievemente sintomatici state a casa, come se ogni italiano vivesse in spaziose e confortevoli abitazioni in grado di garantire un minimo di distanziamento familiare. Mettiamoci nei panni di una persona che vive in casa con moglie e figli. Ai primi sintomi che fa, chi chiama, dove trova certezze e assistenza? I medici di base, che sono tecnicamente dei liberi professionisti, non rispondono né allo Stato che li paga né alle Regioni in cui sono incardinati ma quel che è peggio spesso capita che non rispondano neppure al telefono dei loro assistiti e quando lo fanno il più delle volte si limitano a generiche indicazioni. Non parliamo poi del ginepraio in cui bisogna cacciarsi per fare un tampone che certifichi l'ingresso o l'uscita dalla malattia.

Si fa presto a dire «state a casa», se non provi a vivere davvero in un bi o trilocale affollato con un unico bagno per sani e contagiati senza alcuna alternativa perché in ospedale non ti prendono se non sei grave e i Covid hotel dove potersi isolare esistono solo sulla carta, comunque non in misura sufficiente. E poi chi cura i bambini, chi assiste gli anziani che fanno parte del nucleo familiare?

Certo che dovremmo stare a casa, è ovvio, e gli italiani lo farebbero anche, se solo fossero messi in condizione di farlo senza dover per forza e per di più infettarsi a vicenda. Come? Non è compito nostro, ci sono ministri, assessori, esperti e scienziati lautamente pagati per trovare la soluzione, ma dopo ben nove mesi il parto è ancora lontano. Chiudiamo pure tutto, ma se non aprono le case a una seria e veloce assistenza domiciliare, non ne usciremo. Almeno che questa non sia una strategia per «vaccinarci» in maniera surrettizia attraverso l'immunità di gregge domestica. Tanto quello che accade tra le mura di casa è per definizione sempre colpa nostra, mai loro.

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Commenti

Cheyenne

Sab, 14/11/2020 - 17:15

Bravo Direttore!

jaguar

Sab, 14/11/2020 - 17:29

Molto dipende da quanto si deve stare in casa, siamo solo a novembre.

Savoiardo

Sab, 14/11/2020 - 17:59

Arruolate per le visite domiciliari tutti i Medici iscritti agli Ordini provinciali , nessuno escluso dai Primari a tempo pieno ospedalieri ai liberi professionisti,su base volontaria e retribuita.Sono 403.000

honhil

Lun, 16/11/2020 - 12:03

La parola d’ordine è "restate in casa". Ed è quello che stanno facendo gli italiani: il controsenso è che, sempre per un ordine impartito dal governo Conte, poi a migliaia, a causa dei porti aperti, vi sono extracomunitari che sono liberi di fare tutto quello che è vietato di fare agli italiani. E si arriva al colmo che in uno stesso condominio, mentre gli italiani sono chiusi entro le quattro mura, invece non conosce ristrettezze chi in quel condominio è ospite di una struttura di accoglienza. E se poi ha un foglio di via ha la libertà, per quanto è lungo e largo lo Stivale, di fare tutto quello che agli italiani è negato. Pur non conoscendo di ciascuno di essi né la situazione giuridica né medica.