Sileri: “Nel 2023 lascerò il M5S e andrò a lavorare per Zangrillo”

Secondo il viceministro della sanità arriverà prima la cura del vaccino. Ha aggiunto: “Basta creare terrorismo, stiamo paralizzando il Paese”

Sileri: “Nel 2023 lascerò il M5S e andrò a lavorare per Zangrillo”

Pierpaolo Sileri, viceministro della Sanità e oncologo romano, un politico per caso, come lui stesso si è definito, da circa un anno frequenta le televisioni italiane. Come sottolineato dal direttore di Libero, se non vi fosse la scritta M5S accanto al suo nome, nessuno penserebbe che è un deputato grillino. Il pentastellato, a differenza dei suoi colleghi, non parla tramite slogan e non ha nessuna difficoltà a dire le cose come stanno, anche andando contro il governo. Sileri ha anche ammesso che l’esecutivo ha mancato di preparazione alla seconda ondata di coronavirus. Prima di entrare nel movimento guadagnava molto di più con il suo lavoro e non si capisce cosa lo abbia spinto al cambiamento.

Sileri e la sua scelta

A spiegarlo, durante l'intervista a Libero, è stato lo stesso Sileri: “Nel 2015 mi fu impedito di candidarmi ad un concorso da professore associato all'università di Tor Vergata, a Roma. Ero viceprimario e nel mio dipartimento avevo più pubblicazioni scientifiche di tutti ma il mio posto era destinato a un altro. Feci ricorso al Tar ed il rettore nel parcheggio dell'istituto mi promise che se avessi ritirato il ricorso mi avrebbe fatto vincere una cattedra da professore ordinario. Mi rifiutai e mi fecero capire che ero finito, minacciando anche di bloccarmi i concorsi in tutta Italia. Allora raccontai la mia storia all'onorevole Paola Taverna, che fece un'interrogazione parlamentare. Oggi io sono al governo e il rettore è imputato per tentata concussione e istigazione alla corruzione”. Nel 2017 ha fondato con Giuliano Grüner, l'associazione Trasparenza e Merito, nata proprio per eliminare dalle università italiane il nepotismo.

Sileri ha detto di non aver mai militato nel M5S e di non essersi mai iscritto alla piattaforma Rousseau. Non ha nascosto le simpatie destrorse, in particolare verso Alleanza Nazionale, e il suo sostegno a Fini quando si candidò sindaco di Roma. Pur non interessandosi di politica da anni. Poi, per tentare un cambiamento, come molti avevano pensato: alle Comunali provò a votare la Raggi. Furono quindi Luigi Di Maio e Paola a proporgli la candidatura in un collegio uninominale a nord della Capitale, impresa difficile in quanto fortino della destra. Riuscì a prendere 94mila voti. E alla domanda con chi abbia idea di ricandidarsi in futuro, visto che con i pentastellati non sembra avere molto in comune, non sembra avere dubbi: “Non mi ricandido. Sono un chirurgo, non butto via 25 anni di sacrifici e professione. Quando mi informarono della nomina a viceministro ero in sala operatoria. Fu l'ultimo intervento, perché la legge ora mi vieta di usare il bisturi, mai io voglio tornare in ospedale. Si figuri che avevo chiesto di poterci andare da volontario il sabato mattina, quando sono libero, ma in quanto sono al governo mi è stato impedito. Il 25 marzo 2023 però, quando sarà finito tutto questo, mi troverà al San Raffaele di Milano, dove ho vinto un concorso del 2016”. Ma al San Raffaele non c’è un certo medico, il professor Alberto Zangrillo, criticato da esperti perché considerato negazionista? Ebbene sì. Sileri ha però spiegato che le critiche all’anestesista del San Raffaele sono arrivate da persone che non capiscono. E sulla frase di Zangrillo secondo cui il virus è clinicamente morto: “Ha usato un'espressione infelice ma molti degli addetti ai lavori hanno capito benissimo che cosa intendesse: che il virus non arrivava più in terapia intensiva” .

Situazione differente rispetto alla primavera

Sul fatto che adesso il virus sembra aver preso la rincorsa, Sileri ha spiegato che la situazione è diversa rispetto alla scorsa primavera. Allora, molti contagiati morivano nelle proprie case e il medico arrivava quando ormai il paziente era già deceduto. Mentre adesso non accade più così.

Le parole di Zangrillo sono state in un certo senso strumentalizzate, anche dal fatto che vi siano rivalità tra i vari esperti che sembra abbiano in qualche occasione usato la televisione per scopi personali. Sileri è stato lui stesso accusato di essere troppo presente nelle trasmissioni e di trascurare il suo lavoro. Ma prontamente ha ricordato che i chirurghi sono in grado di lavorare anche 120 ore settimanali, tra ospedale, ricerca e lezioni, e che partecipare a un talk show è un impegno minimo.

Sul perché abbia deciso di andare a lavorare proprio al San Raffaele di Milano, considerato l’ospedale di Berlusconi, e quindi un attacco servito su un piatto d’argento ai grillini, è presto detto: è un’eccellenza nel nostro Paese. Basta guardare le pubblicazioni di Sileri, il suo indice H, che misura il valore degli scienziati, e le percentuali di mortalità nei suoi interventi chirurgici, per capire che è all’altezza dell’ospedale scelto. La sua bravura “è una questione di disciplina. Avrò fatto migliaia di interventi, ma prima di ognuno ancora oggi studio. E quando torno a casa in macchina ci ripenso: ho fatto tutto giusto? C'è qualcosa che potevo fare meglio. Possono sorgere complicazioni?”. Come da lui stesso ammesso, non sta godendo dei privilegi della casta e che come medico, prima di diventare viceministro, guadagnava di più. “Da presidente della Commissione Sanità ho sbloccato la legge che permette la ricerca sui cadaveri, velocizzato la legge sulla rete dei registri dei tumori e molto altro. Mi basta questo per sentire di aver fatto il mio dovere”.

Le critiche al governo

Forse proprio il suo senso del dovere così marcato lo ha portato a criticare il governo. Anche quando si è recato in Cina per recuperare cittadini italiani, il 2 eil 14 febbraio. Non un gesto polemico ma coerente con il suo pensiero e il suo lavoro di medico. “Mio figlio aveva appena sette mesi. Una sera, quando sono tornato, mia moglie mi ha guardato e ha capito subito. Il Covid impazzava in Oriente e a Roma discutevano da giorni, e mi sembrava tutto molto lento, non vedevo un risultato immediato. Ho pensato, parto e li prendo, tanto quando torno li ritroverò ancora seduti al tavolo a decidere il da farsi. Sono un tipo estremamente pratico” ha raccontato. Qualcosa di strano su come il governo stia affrontando la seconda ondata c’è. Intanto il viceministro vorrebbe più trasparenza e anche allargare il tavolo del Cts. E poi sulle chiusure varate dall’ultimo Dpcm, non è del tutto concorde, anche perché “in terapia intensiva ci sono ancora molti posti e la crescita dei ricoverati non è esponenziale. Il numero dei positivi è altissimo ma la maggior parte di loro non è malata: bisogna distinguere e non creare inutile terrorismo. Stiamo paralizzando un Paese in attesa di omologare i test salivari. Inconcepibile”. Già, inconcepibile.

Aumentare la capacità diagnostica

Sileri sembra avere ben chiaro le priorità in questo momento. Prima di tutto si deve aumentare la capacità diagnostica. Dividere la popolazione in tre fasce: basso, medio e alto rischio. Usare il test rapido antigenico per coloro che sono a basso e medio rischio e sottoporre solo la terza fascia al tampone. In questo modo si riuscirebbero a mappare 400mila persone ogni giorno, senza sprecare tamponi per soggetti che non sono contatti stretti e quindi non sono a rischio elevato. “È assurdo quello a cui stiamo assistendo, con migliaia di persone che prendono d'assalto i pronto soccorso per sintomi sovrapponibili a quello del Covid, oppure file interminabili per fare un tampone. Avere più offerta diagnostica più semplice del tampone e fruibile dai medici di medicina generale, nelle farmacie o nel privato e, perché no, anche negli studi dentistici aiuterebbe il sistema in toto” ha asserito. Non è il numero di tamponi fatti a essere sbagliato, piuttosto a chi vengono fatti. Se un lavoratore risulta positivo si devono fare i tamponi ai suoi colleghi più vicini, non a tutto il piano. Per tutti gli altri basterebbe un test antigenico rapido o salivare. Minor costo e minor tempo di attesa per avere l’esito.

Arriverà prima la cura del vaccino

Sul vaccino vengono però spente un po’ di speranze: “Non sarà una cosa rapida. Servono mesi per produrlo, come avviene per quello influenzale. E poi ancora non sappiamo quanto in realtà protegge e quali sono i suoi effetti collaterali. Credo arriverà prima il farmaco rispetto alla profilassi”.

L’esperto fa fatica a immaginare una situazione come quella vissuta in primavera. Prevede invece un'ulteriore salita dei contagi, fortunatamente graduale per quanto riguarda i posti in terapia intensiva. Quello che serviva, e serve tuttora, è un uso spregiudicato della diagnostica. La sanità italiana è stata mangiata dalla “politica, con nomine non meritocratiche, e qui si torna al motivo della mia candidatura in Parlamento. La corruzione, alla quale paghiamo una tangente di otto miliardi l'anno. I tagli, troppi e lineari. I mancati investimenti nella ricerca. L'edilizia sanitaria sconsiderata: ha presente gli scheletri degli ospedali costruiti e mai aperti in Calabria?”.

La precisazione di Sileri

A "L'aria che tira" su La7, Sileri ha voluto fare chiarezza sulla sua decisione di tornare a fare il medico dopo la sua esperienza politica. Il viceministro ha spiegato che "è inevitabile che lascerò il governo al termine della legislatura, perché o mi ricandido o torno al mio lavoro. Non ho mai nascosto che questa è un'esperienza a tempo definito e questo mi dà la libertà di dire quello che penso. Ma l'ho sempre detto: tornerò al mio lavoro, faccio quello che penso che sia giusto, che possa migliorare il mio essere cittadino".

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