Lo spirito dei grandi lombardi solidali e col «coeur in man»

I nomi della famiglia Caprotti e di Silvio Berlusconi sono soltanto gli ultimi, in ordine di tempo, di una catena di carità e di solidarietà che tanti imprenditori lombardi hanno formato, in queste settimane, con generose donazioni ad ospedali

I nomi della famiglia Caprotti e di Silvio Berlusconi sono soltanto gli ultimi, in ordine di tempo, di una catena di carità e di solidarietà che tanti imprenditori lombardi hanno formato, in queste settimane, con generose donazioni ad ospedali e enti di assistenza. Sulle loro donazioni è già polemica, del reato è facile vedere e segnalare le cattive intenzioni degli altri piuttosto che dar seguito alle proprie buone intenzioni. Nessuno sa se questa generosità sarà servita a molto, a poco o a nulla. Quello che sappiamo fin d'ora è il valore di questi come di migliaia e migliaia di altri gesti, magari non rubricabili in termini economici, che stanno segnando la vita di questa nostra Lombardia e ne fanno un esempio buono per tutti. C'è il coraggio meraviglioso di medici e infermieri, e quello non meno mirabile di chi assiste i propri cari a casa. Poi ci sono azioni più piccole ma luminose. Chi tra noi ha qualche anno di più avrà sperimentato la gentilezza di un amico, di un nipote, di un vicino di casa, di un conoscente, che al telefono si siano resi disponibili per fare la spesa, portare fuori la spazzatura, portare il cane al giardino. Tutto questo vale quanto i gesti di questi uomini ricchi. Più che la generosità, colpisce una dimensione culturale, che io chiamo carità perché ha sicuramente nel cristianesimo la sua radice profonda. La esprime bene Tommaso da Celano nel Dies Irae: «Rex tremendae majestats, qui salvandos salvas gratis, salva me, fons pietatis». Re tremendo nella tua maestà, che salvi gratis chi vuoi salvare, salva me, Tu, fonte della pietà.

La parola splendida e terribile è una: gratis. Tutto ciò che siamo ci è stato donato, tutto tornerà al proprietario, perciò è bene non accampare troppi diritti di proprietà, soprattutto di fronte al dolore degli altri. Non siamo di fronte a uomini fortunati che danno qualcosa di loro a chi è nella sfortuna. Può anche darsi che qualcuno di questi splendidi donatori la pensi così, ma al fondo non è così. E non è un caso che soprattutto gli imprenditori, quelli formati al cristianesimo o ai suoi valori tradotti laicamente, abbiano sviluppato una maggior sensibilità al problema dei bisogni di chi vive vicino a loro. Sono uomini che hanno saputo rischiare, gettando denaro e tempo verso un futuro incerto. Ci vuole fortuna, ci vogliono le coincidenze giuste, si devono realizzare le circostanze che permettano all'abilità umana di dispiegarsi e affermarsi. Il modello dell'imprenditore è l'armatore, che acquista il materiale, paga le maestranze per costruire la sua nave, poi la manda in mare e non sa, non può sapere se o quante volte la sua nave farà ritorno sana e salva in porto. Chi ha dimestichezza con le parole cristiane conosce questa semplice verità, e l'imprenditore la conosce meglio di tutti perché ne fa esperienza quotidiana più di altri.

La generosità lombarda, il cuore lombardo è questa cosa: una fiducia nativa nella bontà della realtà, nella sua positività, una fiducia che rende più facile il rischio, getta nella lotta quotidiana, dissipa le illusioni ma infonde coraggio nel dolore e nei rovesci: per una vita migliore, direbbe Manzoni.

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