Suicidio assistito, arriva il primo sì. Ma scatta la guerra di ricorsi

Il comitato etico dell'Azienda sanitaria delle Marche dà il via libera per un 43enne tetraplegico. La regione frena: decide il tribunale di Ancona. Battaglia sul farmaco Letale. I dubbi della Chiesa: meglio le cure palliative

Suicidio assistito, arriva il primo sì. Ma scatta la guerra di ricorsi

È il primo malato ad ottenere il via libera al suicidio assistito in Italia. Dopo dieci anni costretto a vivere una vita che non è più vita, ma solo sopravvivenza, Mario (ma non è il suo vero nome) potrà decidere quando mettere fine alle sue sofferenze, così come stabilito dal Comitato etico dell'Azienda sanitaria Marche. «Mi sento più leggero, mi sono svuotato di tutta la tensione accumulata in questi anni», le sue prime parole.

Faceva il camionista quest'uomo di Pesaro di 43 anni che da tempo si batte con l'Associazione Coscioni per ottenere il diritto a morire con dignità. Da quando è diventato tetraplegico in seguito ad un devastante incidente stradale è immobile nel letto, stanco di soffrire. Può muovere solo un mignolo, quello con il quale potrà somministrarsi il farmaco scelto per morire, perché nessun medico lo potrà aiutare. È lucido e consapevole, ma è arrivato al limite e vuole sentirsi libero di andarsene, quando lo vorrà, in casa sua, circondato dagli affetti e non in una clinica Svizzera, dove pure aveva pensato di andare ad agosto, prima di cambiare idea per seguire la strada tracciata dalla Corte costituzionale.

Un percorso ad ostacoli tra giudici e politica, con una legge bloccata in commissione alla Camera e un referendum che aspetta di essere ammesso. Da più di un anno Mario aveva chiesto all'azienda ospedaliera delle Marche di verificare le sue condizioni di salute per poter accedere legalmente ad un farmaco legale che ponesse fine alle sue pene. Dopo una serie di rinvii, dinieghi e diffide, la decisione è arrivata: nel suo caso ci sono le condizioni per decidere come morire, come stabilito dalla sentenza della Consulta Cappato/dj Fabo del 2019 che indica la non punibilità dell'aiuto al suicidio assistito.

Il Comitato etico ha accertato la sussistenza dei quattro parametri richiesti dai giudici: Mario è tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale; è affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze che reputa intollerabili; è pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli; non è sua intenzione avvalersi di altri trattamenti per il dolore e la sedazione profonda. «È molto grave che ci sia voluto tanto tempo, ma finalmente per la prima volta un Comitato etico ha confermato per una persona malata l'esistenza delle condizioni per il suicidio assistito», sostiene Filomena Gallo, co-difensore di Mario.

La strada è ancora in salita. Ora ci sono da definire le modalità di autosomministrazione del farmaco, ma la Regione Marche, guidata dal centro-destra, ha già fatto sapere che sarà il Tribunale di Ancona a decidere se il paziente potrà avere diritto al suicidio assistito perché il Comitato etico non ha specificato come iniettare il medicinale. Solo «una trappola burocratica», per la Gallo e Marco Cappato, entrambi dell'Associazione Coscioni. «La responsabilità di definire le procedure tecniche non è del malato, ma del Servizio sanitario, che però si rifiuta di farlo», replicano. Una pagina comunque importante per l'Italia, quella scritta grazie alla battaglia di Mario. «Una piccola conquista in visione di quella che si spera diventi una futura legge», gioisce Valeria Imbrogno, la fidanzata di dj Fabo, che nel 2017 scelse di morire in una clinica svizzera, accompagnato da Cappato, che per questo fu processato e assolto in Cassazione.

Cappato torna ora a denunciare la «paralisi del Parlamento» e a sollecitare il referendum: «La discussione sulla legge sta andando talmente per le lunghe che è superata dai fatti». «La proposta di legge sull'eutanasia giace da quattro anni a prendere polvere. Il problema è che non c'è volontà politica», osserva Emma Bonino. Il Vaticano sollecita invece riflessioni su una materia così controversa come il fine vita. Per la Pontificia accademia per la vita la strada più convincente è quella delle cure palliative, che «contemplano la possibilità di sospendere i trattamenti considerati sproporzionati dal paziente».

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