Tafazzismo

Il centrodestra è capace come nessun altro di farsi male da solo, di sbandare su un rettilineo o di bucare, per imperizia o sbadataggine, il pneumatico dell'auto che lo dovrebbe portare a Palazzo Chigi

Tafazzismo

A leggere i sondaggi, il centrodestra dovrebbe avere la strada spianata per imporsi alle elezioni. Probabilmente i pronostici saranno pure esagerati, perché la sinistra per chiamare a raccolta i suoi deve dimostrare che i barbari sono alle porte. Detto questo, che Berlusconi, Salvini e Meloni siano i favoriti non lo mette in dubbio nessuno. C'è però il solito problema: il centrodestra è capace come nessun altro di farsi male da solo, di sbandare su un rettilineo o di bucare, per imperizia o sbadataggine, il pneumatico dell'auto che lo dovrebbe portare a Palazzo Chigi. È maestro di «tafazzismo», lo sport di darsi mazzate sui genitali. Le ultime tornate di elezioni amministrative ne sono una prova inconfutabile: data per vincente, la coalizione spesso ha perso.

Anche l'inizio di questa campagna elettorale non promette nulla di buono. È di nuovo rispuntata la polemica, grazie a Giorgia Meloni, della premiership, cioè di chi guiderà il governo di centrodestra in caso di vittoria. Le aspirazioni della leader di Fdi sono legittime ma non si capisce perché porre la questione ora, visto che l'attuale legge elettorale non prevede l'indicazione di un candidato premier. Poi Meloni e Salvini hanno sposato la tesi di scuola per cui il premier dovrebbe essere il leader del partito che raccoglie più voti nella coalizione. Un «surrogato» di elezione diretta in un regime parlamentare. Dicono che è un argomento usato in passato da Berlusconi, solo che le volte in cui il Cav è andato a Palazzo Chigi (1994, 2001, 2008) non solo guidava il partito più votato del centrodestra, ma anche quello che aveva portato in Parlamento il maggior numero di eletti. Controllare, ripeto controllare, per credere. A questo si aggiunge uno spunto di riflessione scritto più volte in tempi non sospetti (l'ultima volta il 29 giugno scorso): se si utilizza il criterio del voto in più, si aumenta la competizione tra i partiti dello schieramento e di conseguenza la polemica. Se, invece, sono gli eletti a decidere la premiership, gli aspiranti debbono porsi il problema del buon vicinato con gli alleati, debbono sforzarsi di rappresentare l'intera coalizione. Un virtuosismo non da poco per un centrodestra ad alto tasso di litigiosità.

Viene da chiedersi poi se la narrazione del duello Letta-Meloni non sia utilizzata, soprattutto, per catalizzare le elezioni su Pd e Fdi. Non ci sarebbe nulla di male. Solo che questo dualismo, coltivato dal leader dem da mesi, nasce anche dall'idea che la Meloni sia l'avversario più funzionale per improntare una campagna elettorale contro la destra, per mettere in piedi l'ennesimo fronte democratico. C'è da chiedersi perché il centrodestra debba fare questo piacere alla sinistra, offrendo il bersaglio già in campagna elettorale e non dopo il voto. Ultima annotazione: è evidente che queste elezioni si decideranno sulla capacità dei due schieramenti di attirare l'elettorato moderato. I ponti d'oro che Letta sta facendo a Calenda e ai transfughi forzisti lo dimostrano. Ebbene, se ci fosse una strategia elettorale degna di questo nome, i leader della coalizione di centrodestra dovrebbero salvaguardare e garantire l'area moderata dell'alleanza. La linea del fronte tra i due schieramenti passa da lì. Invece, l'unico che si pone il problema è il Cav, parlando di Europa, di atlantismo e rinviando le scelte sulla premiership dopo le elezioni. Lui ragiona secondo le logiche di coalizione. Gli altri, purtroppo, non guardano oltre il naso del loro partito. Si trastullano sull'idea di avere già la vittoria in tasca, immemori delle brutte sorprese del passato.

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