Uccise l'orco di sua figlia: 20 anni di galera (e un po' di noi)

S tavolta non c'erano in camera di consiglio i giudici popolari, i cittadini normali chiamati a decidere la sorte di un uomo, e spesso sensibili più alle ragioni della morale che ai dettami del diritto. A giudicare l'assassino c'era un magistrato vecchio, esperto, coriaceo. Ma anche profondamente cattolico, abituato a confrontarsi con la complessità dell'animo umano. È stato questo giudice a dover bilanciare due esigenze che apparivano in contrasto insanabile. Da una parte bisognava ricordare a tutti che non è ammesso farsi giustizia da sé, e che il diritto alla vita è inviolabile anche quando si parla della vita di un essere abietto. Non si parlava, d'altronde, di un delitto scaturito da una reazione a caldo, nella furia di una scoperta che annebbia i percorsi mentali, bensì di un piano lucido, determinato e organizzato con calma. Ed è chiaro a tutti che aprire le porte dell'indulgenza avrebbe disegnato una società selvaggia, dove al singolo è demandata la facoltà di farsi giudice e boia.

Poi, però, c'era un'altra esigenza, calata nel senso più profondo della giustizia occidentale: ricordare che non esiste un delitto uguale all'altro, e che la pena non è mai un calcolo aritmetico - altrimenti nelle aule di tribunale siederebbero dei ragionieri - ma il frutto di una valutazione complessa, in cui il percorso che ha portato un uomo a violare la legge è analizzato e compreso. Compreso: che non significa giustificato, anche se i commentatori da tastiera tendono a confondere i due concetti. Nessun assassinio è giustificabile: e non lo era neanche questo. La violenza sessuale, e tanto più quella di un nonno sulla nipotina, è un crimine orrendo, ma non è punito con la pena di morte. Il padre della piccola vittima non poteva sapere che quella stessa mattina, interrogata in audizione protetta, la bambina aveva confermato gli abusi subiti dal nonno. A lui non serviva: aveva già emesso la sua sentenza, senza bisogno di verbali né di testimoni. E ha applicato la legge della giungla. La richiesta della Procura della Repubblica, che per l'uomo aveva chiesto l'ergastolo, si fermava qua. E anzi rinfacciava all'imputato il suo comportamento processuale, le diverse versioni affastellate per evitare se non altro l'aggravante della premeditazione: come quando aveva sostenuto che lui nel giardinetto di Rozzano c'era andato sì con la pistola, ma per suicidarsi. Per il pm, bastava questo a fargli meritare il carcere a vita. Ma il diritto, la giustizia, sono ben altro. Vivono anche di equilibrio, di proporzioni. Condannare all'ergastolo questo assassino voleva dire metterlo sullo stesso piano di un sicario della mafia, di un terrorista, di un omicida per libidine o per soldi. E se tutti i morti sono ugualmente morti, gli assassini non sono tutti uguali.

Alzi la mano chi può dire che se toccasse a lui scoprire un orrore simile non avrebbe come prima, immediata pulsione la vendetta. Ed è vero che siamo usciti dalle caverne, che ci siamo lasciati alle spalle il brutale «occhio per occhio», ma i motori dell'animo umano fanno parte della realtà; e una giustizia che non ne tenesse conto non sarebbe giustizia.

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Commenti

Divoll

Dom, 19/01/2020 - 01:58

Societa' selvaggia... Perche', questa che societa' e'?!