Il vaccino ai guariti è utile? Tutti i dubbi sulle direttive di Speranza

Per il ministero della Salute chi ha fatto il Covid può vaccinarsi con una singola dose entro 3-6 mesi dalla guarigione. Con il ciclo completo oltre i 6. Ma diversi studi sulla durata degli anticorpi in chi è guarito sollevano dubbi sui protocolli

Il vaccino ai guariti è utile? Tutti i dubbi sulle direttive di Speranza

Lucia ha 64 anni e non ha fatto il Covid. O almeno così credeva. A metà aprile prima di prenotarsi per il vaccino decide di fare il test sierologico. Risultato: ha oltre 21 mila IgG (anti-spike), gli anticorpi contro il Sars-CoV-2, quando il limite minimo per essere protetti è 50. Segno che deve aver contratto il virus in forma asintomatica. Ma ora: data l’alta concentrazione di anticorpi, il vaccino va fatto o no? “Il mio medico - racconta Lucia - ha chiamato il referente della nostra Asst, che però ha lasciato a chi mi farà il vaccino la responsabilità di decidere in base alle direttive ministeriali. Insomma, ne so come prima”.

La circolare del ministero della Salute n. 8284 parla chiaro: “È possibile - si legge nel documento del 3 marzo scorso - considerare la somministrazione di un’unica dose di vaccino anti-Covid-19 nei soggetti con pregressa infezione da Sars-CoV-2 (decorsa in maniera sintomatica o asintomatica), purché la vaccinazione venga eseguita ad almeno 3 mesi di distanza dalla documentata infezione e, preferibilmente, entro i 6 mesi dalla stessa”.

Insomma, secondo le linee guida siglate da Gianni Rezza, direttore della Prevenzione del ministero, chi ha fatto il Covid dovrebbe vaccinarsi con una singola dose se è guarito da un minimo di 3 mesi a un massimo di 6. Non è specificato, però, cosa deve fare chi non sa quando ha contratto il virus, ma lo scopre, come Lucia, dal numero elevato di anticorpi neutralizzanti rilevati dal test sierologico. Alla base della raccomandazione ministeriale ci sarebbero alcuni studi sulla durata della protezione anticorpale. “Il rischio di reinfezione da Sars-CoV-2 - si legge nel report n. 4/2021 dell’Iss condiviso da ministero, Aifa e Inail che contiene la circolare - è stato valutato in uno studio multicentrico di coorte condotto su oltre 6.600 operatori sanitari nel Regno Unito. I risultati mostrano che nei soggetti con pregressa infezione da Sars-CoV-2 la probabilità di reinfezione sintomatica o asintomatica è ridotta dell’83% e che la durata dell’effetto protettivo dell’infezione precedente ha una mediana di 5 mesi”.

Ma se, come nel caso di Lucia, il valore è ancora alto ha senso fare il vaccino? I protocolli non distinguono in base ai livelli di immunità naturale contro il virus di chi è guarito e “ai fini della vaccinazione” stabiliscono che “non è indicato eseguire test diagnostici per accertare una pregressa infezione”. Una direttiva giudicata insensata da Claudio Giorlandino, direttore scientifico dell'Istituto Clinico Diagnostico di Ricerca Altamedica e autore di una meta analisi in fase di pubblicazione sulla rivista Virus Disease. “Tutte le ricerche scientifiche che abbiamo esaminato - spiega Giorlandino a IlGiornale.it - dimostrano come nelle persone che hanno già avuto il Covid la risposta immunitaria contro il Sars-CoV-2 sia di lunga durata, almeno 11-12 mesi secondo un recente studio dell’Istituto Spallanzani. Se anche gli anticorpi scomparissero la protezione sarebbe assicurata dai linfociti T di memoria, pronti a rispondere in caso di nuovo contatto con il virus. E lo stiamo dimostrando su un gruppo di operatori sanitari di centri Covid. A distanza di molti mesi dalla malattia avevano gli anticorpi quasi a zero. Poi, probabilmente in seguito a un nuovo contatto con il virus, sono schizzati a livelli altissimi. Il Sars Cov-2 è un virus a Rna ed è noto che, per alcuni virus di questo tipo, come quello del morbillo e della polio, la prima infezione può fornire un'immunità permanente. Cosa che a distanza di anni si verifica ancora nel caso di guariti da Mers e Sars, parenti stretti del Sars-Cov2”.

Data la durata della protezione anticorpale, vaccinare chi ha già avuto il Covid per Giorlandino è uno spreco inutile di dosi che potrebbero essere usate per chi non è immune. “Anche perché - aggiunge il direttore di Altamedica - a differenza di chi è vaccinato, è coperto contro le varianti perché la mutazione avviene per ora solo sulla proteina spike ma il virus rimane lo stesso. Per questo, contrariamente all’indicazione ministeriale, è necessario che si valuti con un test sierologico qualitativo pungidito, economico ed efficace, l’eventuale presenza di anticorpi prima di praticare una vaccinazione che, nella migliore delle ipotesi, sarebbe inutile ed avrebbe sottratto un vaccino a chi ne ha bisogno. Basta scelte dettate da una 'medicina difensiva', ora serve focalizzarsi su dati epidemiologici e statistici riportati da studi scientifici. Perché sprecare una dose per chi è già immunizzato quando i vaccini scarseggiano?”.

Favorevole, invece, alla singola dose di vaccino per i guariti è Sergio Romagnani, immunologo di fama internazionale e professore emerito di Immunologia clinica e Medicina Interna all’Università di Firenze. “Un richiamo dopo la malattia va fatto perché è dimostrato che potenzia la risposta immunitaria preesistente. Anche se la cosa più giusta - sottolinea Romagnani a IlGiornale.it - sarebbe fare un test sierologico per valutare la presenza degli anticorpi. Perché se il livello di IgG è molto alto esiste un rischio, bassissimo, di reazioni collaterali intense. E stimolare eccessivamente il sistema immunitario può provocare la comparsa dei cosiddetti ‘anticorpi a bassa affinità’ per l’antigene. Che non sarebbero più protettivi, ma facilitanti la moltiplicazione del virus nel caso di ulteriore infezione naturale. Ma sconsiglio di fare due dosi di vaccino a chi è guarito, anche a distanza di oltre 6 mesi. Perché con la seconda dose non si andrebbe ad aumentare ulteriormente la risposta anticorpale. Sarebbe del tutto inutile”.

Una linea seguita anche dal ministero, ma solo per chi è guarito da massimo 6 mesi. Se ne sono passati da 7 in su, vanno fatte entrambe le dosi. Ora Lucia però si chiede: “Io che non so quando ho contratto il Covid, ma ho un livello altissimo di anticorpi, cosa rischio a fare il vaccino? Per il ministero la vaccinazione anti-Covid “si è dimostrata sicura anche in soggetti con precedente infezione da Sars-CoV-2”. Più avanti si legge: “Anche se la numerosità dei soggetti con pregressa infezione era molto limitata (circa 2-2,5% dei partecipanti negli studi)”. Insomma, una precisazione non molto tranquillizzante. Non solo. “Sulla base di dati molto preliminari - si ammette subito dopo - è ipotizzabile che la risposta immunitaria alla seconda dose nei soggetti con pregressa infezione possa essere irrilevante o persino controproducente”.

Un’ipotesi documentata da alcune ricerche, citate nelle note del documento avallato da Speranza, tra cui lo studio dell’Humanitas di Rozzano. Il team di ricercatori, guidato dal professor Alberto Mantovani, ha confrontato i livelli di anticorpi dopo il vaccino. “Secondo quanto emerge dalla nostra esperienza - spiega a IlGiornale.it Maria Rescigno, docente di Patologia generale e pro rettore vicario con delega alla ricerca dell’Humanitas University - i guariti, anche da oltre 6 mesi, con una singola dose di vaccino raggiungono un livello di immunità equivalente a quello delle persone che non hanno contratto il virus. Soprattutto nei casi di infezione sintomatica, dove il livello di partenza delle IgG è ancora più alto rispetto ai casi asintomatici. Poi, se il livello di protezione è già ottimale, somministrando ugualmente il vaccino, si potrebbe anche verificare una leggera riduzione degli anticorpi e quindi della protezione”.

Non solo. Come ci spiega Stefano Pallanti, psichiatra e docente di psichiatria e scienze del comportamento all’università di Firenze e alla Stanford University, “stiamo cominciando a vedere casi di guariti che dopo il vaccino manifestano gli effetti tipici della sindrome da post-Covid. Quell’insieme di sintomi che vanno dalla perdita delle forze ai disturbi del sonno e che persistono per mesi in 7 negativizzati su 10. Si tratta ancora di pochi casi, ma devono essere un campanello d’allarme”. Tanto che persino il ministero si premura di segnalarlo. “Qualche recente segnalazione - si legge nel report del 13 marzo che contiene le direttive sul vaccino per chi è guarito - mostra una reattogenicità sistemica (reazioni avverse attese di natura sistemica, come febbre, brividi debolezza, mal di testa, ecc.) più frequente nei soggetti con pregressa infezione rispetto a coloro che sono risultati sieronegativi”.

Ma al netto di possibili, e rarissime, riduzioni della protezione, vaccinare i guariti dal Covid può essere più che altro uno spreco inutile? "Dato che il livello di anticorpi si mantiene alto, non serve - ribadisce Romagnani - fare la seconda dose a chi ha già contratto il virus anche da più di 6 mesi. Basta un singolo richiamo. Poi, perché, quando i vaccini scarseggiano, sprecarli per chi è già immune?".

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