Cosa aspettarsi dalla variante Delta? La verità nei numeri

La variante Delta diventerà predominante anche nel nostro Paese. Ma i modelli statistici permettono di essere ottimisti

Cosa aspettarsi dalla variante Delta? La verità nei numeri

Qualche tempo fa avevamo intervistato Alessio Farcomeni, professore ordinario di Statistica presso il dipartimento di Economia e Finanza dell’Università di Roma “Tor Vergata, per fare chiarezza sui vaccini e parlare con lui di previsioni di contagio dovute al Covid. A distanza di mesi tutto quello che ci aveva raccontato, basato sulle previsioni del gruppo di ricerca di cui fa parte, lo StatGroup-19 formato da cinque professori di statistica, si è puntualmente avverato. Non certo per magia, ma in base a statistiche e previsioni matematiche, che hanno mappato con molto anticipo l'evoluzione del virus. Questo metodo dalle applicazioni infinite, ha permesso in passato e continua tutt'ora, di calcolare con estrema precisione quando ci saranno ad esempio i picchi dell'infezione o la pressione che ci sarà sulle terapie intensive. Ora che la variante Delta sta destando preoccupazione, lo abbiamo risentito per capire in proiezione quale sarà lo sviluppo dell’epidemia, ma sopratutto per fare chiarezza ed evitare eccessivo allarmismo sull’andamento del Covid.

La variante Delta si sta comportando come aveva fatto quella inglese con il ceppo originale diventando la più diffusa. In proiezione com' è adesso la situazione?

“Sembra abbastanza inevitabile che nel giro di qualche settimana la quasi totalità delle infezioni sarà dovuta alla variante Delta, e che questo porti ad un incremento dell'incidenza degli infetti giornaliera. Questo accadrà sia perché la Delta è più contagiosa, sia perché ha una platea di suscettibili più ampia. La Delta infatti, riesce a infettare chi ha ricevuto un’immunizzazione parziale (una sola dose di un vaccino che ne prevede due, ndr). C'è da dire inoltre che quando l'incidenza è bassa, come ancora in questo periodo, la sostituzione avviene sempre in maniera più rapida”.

Immagino che anche lei come tutti gli italiani, abbia festeggiato la vittoria della Nazionale agli Europei di calcio. Cosa dobbiamo aspettarci tra una quindicina di giorni?

"Sebbene mi aspetto un incremento dei contagi nei prossimi giorni, non prevedo un forte effetto dei festeggiamenti per la vittoria della coppa Europea. Gran parte dei festeggiamenti sono avvenuti all'aperto, i contatti principalmente tra gruppi di amici e familiari (o congiunti, se vogliamo rifarci alla definizione ufficiale). E i locali pubblici hanno generalmente rispettato le regole sul distanziamento tra i tavoli e quant'altro...".

Questa variante sta spaventando molto. Dobbiamo essere preoccupati oppure si sta in qualche modo esagerando?

“Dobbiamo completare il ciclo vaccinale il più rapidamente possibile e a più persone possibile. L'immunizzazione completa protegge in maniera soddisfacente dall'infezione severa, evitando la gran parte di ospedalizzazioni e morti. Questo è un fatto sicuramente confortante, dal momento che molte persone a rischio sono ormai protette, che deve spingere chi ancora esita a vaccinarsi a una riflessione. Su questo punto, credo che un lavoro importante lo possano fare i medici di base”.

Se ne è parlato molto ma è sempre bene fare chiarezza, che differenza tra la variante inglese e la nuova Delta?

“Rispetto alla variante Alfa (la variante B.1.1.7 identificata per la prima volta nel Regno Unito il 14 dicembre del 2020 e definita per questo 'inglese', ndr) la Delta è più trasmissibile, arrivando a un R0 (ovvero il “numero di riproduzione di base” che rappresenta il numero medio di infezioni secondarie prodotte da ciascun individuo, ndr) di circa 7. Inoltre ha una parziale capacità di eludere la protezione data dal vaccino, in quanto la singola dose non sembra protettiva a sufficienza (come invece accade nei confronti della Alfa). Per chi ha ricevuto due dosi la protezione è soddisfacente, resta ancora capire quali sono gli effetti sulla capacità di evitare la trasmissione, l'infezione asintomatica e sulla durata della protezione”.

Ci saranno secondo lei altre varianti che si potrebbero affacciare, visto che ormai la Delta è quasi la predominante?

“Purtroppo ogni grande ondata è associata al rischio della creazione di varianti più trasmissibili. La Delta ad esempio è associata a una ondata massiva in India, con possibili milioni di nuovi casi giornalieri al picco. Se inoltre il virus entra in contatto frequentemente con persone vaccinate, c'è anche il rischio dell'emergere di varianti capaci di sfuggire anche alla protezione con due dosi. Questo costringerebbe all'uso di una terza dose, o meglio ancora, all'aggiornamento del vaccino per renderlo specifico per la nuova variante. A fronte di questo scenario per niente confortante, sono però ottimista e penso che per approssimazioni successive, arriveremo a una soluzione. La strada più breve passa dalla vaccinazione di massa, e dalle misure atte a evitare grandi ondate”.

È stato diramato dal ministero della sanità una sorta di alert dobbiamo temere un'ulteriore chiusura?

“Questa è una decisione politica, che dipende anche dagli obiettivi che ci si danno. Ad esempio al momento in Gran Bretagna nonostante un rapido incremento dell'incidenza sono previste nuove aperture, mentre in Australia fronte di pochi nuovi casi è stato istituito un lockdown”.

Le vostre proiezioni matematiche su questa variante cosa dicono?

“Che lo scenario più probabile è quello di un incremento dei nuovi casi a breve. È difficile prevedere al momento il picco di questa ondata, potrebbe esaurirsi nel giro di qualche settimana (per poi magari avere una recrudescenza più marcata ad inizio autunno), oppure prolungarsi temporalmente. L'elemento importante è che, come sta accadendo in Gran Bretagna, all'incremento dei nuovi casi corrisponderà un incremento di ospedalizzazioni e decessi molto inferiore, rispetto a quello che abbiamo visto nei mesi scorsi. Questa mi sembra una situazione nettamente più confortante e positiva del passato”.

Secondo lei sarà necessaria la terza dose?

“Sicuramente è una buona notizia la preparazione da parte di Pfizer e Moderna di un vaccino aggiornato specifico per la Delta. Al momento non c'è alcuna evidenza della necessità di una terza dose. Per la popolazione la doppia dose sembra proteggere in maniera più che soddisfacente. Potrebbe essere necessario un terzo richiamo per alcuni soggetti non immunocompetenti, ma anche questa è ancora solo una ipotesi”.

Gli operatori sanitari sono stati i primi ad essere vaccinati. Sono passati ormai nove mesi, com'è la situazione per loro e per i primi che hanno ricevuto le dosi?

"Per soggetti relativamente giovani sembra proprio che la durata dell'immunità sia sostanzialmente superiore ai nove mesi, pertanto al momento nemmeno per gli operatori sanitari sembra necessario prevedere una terza dose. Siamo in attesa di informazioni relative a chi ha partecipato alla sperimentazione clinica, ma più tardi arrivano meglio è, perché significa che l'immunità ha una durata maggiore. In generale, la situazione sanitaria attualmente è molto buona. Gli ospedali e le rsa dopo essere stati presi di sorpresa, si sono organizzati bene e hanno separato in maniera drastica i percorsi COVID da quelli non-COVID. Le procedure di sicurezza sono ben rispettate, e questo ha portato a una drastica diminuzione dei drammatici focolai di SARS-CoV-2 negli ospedali”.

C'è modo, a suo parere, di fermare in qualche modo la diffusione?

“Al momento stiamo puntando tutto sulla copertura vaccinale. Se è vero che in presenza di un vaccino che blocca la trasmissione è possibile una immunità di gregge, è anche vero che la soglia per la variante Delta è molto alta. Per fermare la diffusione pertanto sono necessarie ulteriori misure a supporto del vaccino. La cosa più costo-efficace sarebbe instaurare un sistema di tracciamento incisivo, e una sorveglianza epidemiologica. Al momento solo il 35% dei casi vengono identificati per tracciamento. Dovremmo più che raddoppiare questa percentuale. Con l'aggiunta di una buona copertura vaccinale, non sarebbero necessarie ulteriori misure a livello interno, per fermare la diffusione del virus. Una robusta sorveglianza epidemiologica all'ingresso nel Paese ci permetterebbe inoltre di evitare di importare nuove varianti, e dover ricominciare da capo”.

Che previsione avete fatto voi sugli ospedali soprattutto in virtù del dopo vacanze?

“Come dicevo prima, al momento a fronte di un incremento dei casi non è previsto un incremento marcato dei carichi sanitari. Ci sono però ancora vari milioni di persone a rischio di infezione severa e non vaccinate. Se questa situazione permane, eventuali ondate autunnali potrebbero essere associate a più alte cariche virali, una più alta età media dei casi e conseguentemente una maggiore domanda di cure ospedaliere. C'è però tutto il tempo per evitare una situazione del genere”.

Bisogna secondo lei vaccinare i più giovani?

“Assolutamente sì. Si parla poco degli esiti nei giovani, perché tipicamente non richiedono ospedalizzazione durante la fase acuta e (per fortuna) raramente esitano nel decesso. Purtroppo però anche nei giovani ci sono frequentemente esiti poco benigni dell'infezione. Una percentuale molto alta (circa il 50%) ad esempio sviluppa long-Covid, una sindrome post virale che può durare molti mesi ed è associata tra le altri problemi, come affaticamento cronico e confusione mentale. In certi casi è necessaria la riabilitazione. Alcuni esiti meno frequenti potrebbero essere cronici, come il diabete, o la fibrosi polmonare. Inoltre i vaccini nei giovani danno delle risposte immunitarie eccellenti, che potrebbero avere una durata molto lunga, e bloccare la trasmissione con alta frequenza. In questo senso il contributo al controllo della diffusione di un giovane che si vaccina, è molto prezioso. Ritengo infine che la vaccinazione in età scolastica sia l'unico vero modo di poter svolgere una serena e stabile didattica in presenza”.

Si parla nuovamente di zona gialla. Secondo lei ci sarà questo pericolo?

“Non trapelano al momento le intenzioni del decisore. La scelta sarà tra emulare la Gran Bretagna e quindi mantenere una bassa stringenza delle misure non farmacologiche anche a fronte di un incremento dell'incidenza, oppure cercare una mitigazione. Probabilmente la scelta dipenderà anche da quello che accadrà in Gran Bretagna, e nei suoi ospedali, nel prossimo mese”.

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