Viaggio nell'inferno americano inseguendo i mercanti di schiavi

Il salone era gremito. Numerosi giovanotti in abito da sera erano stipati sui banchi, altri assiepati in piedi lungo il perimetro della stanza

Il salone era gremito. Numerosi giovanotti in abito da sera erano stipati sui banchi, altri assiepati in piedi lungo il perimetro della stanza. L'aria illuminata dalle lampade era greve di sudore e alcol ed eccitazione, come durante un incontro di pugilato a una fiera di contea.

Ma quella sera non sarebbe stato versato del sangue. Ci si trovava nella Cambridge Union Society, la più antica società di dibattiti del Paese e terreno di prova per i futuri governanti della nazione, e l'unico scontro sarebbe stato verbale, le uniche ferite quelle arrecate all'orgoglio. O almeno così stabilivano le regole.

La sezione anteriore della sala era allestita come un parlamento in miniatura. Le due fazioni si fronteggiavano da banchi opposti e separati da una distanza pari alla lunghezza di due spade. Un giovane di nome Fairchild, con capelli di un biondo rossiccio e lineamenti eleganti, si stava rivolgendo al pubblico dall'apposito podio.

«Il tema del dibattito di stasera è il seguente: Il presente istituto ritiene che la schiavitù dovrebbe essere abolita in tutto il mondo. E questa tesi è così palesemente corretta che reputo quasi superfluo illustrarla».

La sua dichiarazione fu accolta da cenni d'assenso. Lui stava predicando ai già convertiti all'idea, il sentimento antischiavista era assai diffuso fra gli studenti di Cambridge.

«So che in questa sede siamo abituati a discutere le sottigliezze di legge e politica ma quello di oggi non è un tema puramente accademico. Il problema della schiavitù si rivolge a una legge più alta. Tenere uomini e donne in catene, strapparli dalle loro case e farli lavorare fino a ucciderli è un crimine contro Dio e contro tutti i dettami della giustizia».

Sul banco di fronte, quasi tutti gli oratori dell'opposizione lo ascoltavano con espressione tetra, sapendo di essere impegnati in una causa persa. Uno di loro si agitò sulla sedia e si torse il fazzoletto fra le mani, un altro fissò Fairchild con aria talmente malinconica da sembrare sul punto di piangere. Soltanto il terzo rimase imperturbabile e si appoggiò allo schienale con fare disinvolto, la bocca tesa in un sorriso pigro, come se fosse l'unico al corrente di un gigantesco scherzo.

«Se dentro di voi c'è anche solo un briciolo di umanità vi sollecito ad approvare la mozione». Fairchild si sedette salutato da calorosi applausi e il presidente aspettò che il clamore scemasse.

«A chiudere per l'opposizione adesso chiamo Mr Mungo St John». L'uomo rimasto comodamente seduto al primo banco si alzò. Nessuno applaudì, ma una nuova energia sembrò pervadere la sala. (...)

«Stasera avete sentito molto parlare dei presunti mali della schiavitù, ma qualcuno dei presenti è mai stato nelle grandi piantagioni di tabacco della Virginia o nei campi di cotone del Mississippi?». I suoi occhi di un giallo opaco scrutarono gli astanti. «Quella è la mia terra natale, sono nato e cresciuto in Virginia. La schiavitù per me non è fatta di articoli sensazionalistici sui giornali o di sermoni sconvolgenti, ho visto la realtà della cosa». Abbassò la voce. «Il lavoro è duro? Sì. I ricchi traggono profitto dalle fatiche altrui? Ancora sì. Ma non lasciatevi ingannare dalle fantasie di brutalità e violenza che vi vengono propinate. A Windemere casa mia, sulle rive del fiume James mio padre dispone di quattrocento lavoratori e tiene a ognuno di loro. Quando lavorano bene li loda, quando si ammalano li cura, se muoiono li piange».

«Questo perché ognuno di loro vale mille dollari per lui» sottolineò Fairchild. Il pubblico scoppiò a ridere.

«Il mio amico ha ragione» ribatté Mungo, «ma pensate a qualcosa di vostra proprietà che valga così tanto. Un cavallo di razza, diciamo. Forse lo percuotete, disprezzate e lasciate nel fango? Oppure ve ne prendete la massima cura, lo strigliate e proteggete perché per voi è prezioso?».

Si appoggiò al leggio, a proprio agio come se fosse appoggiato alla mensola del caminetto del suo salotto a godersi un sigaro.

«Sono un ospite nel vostro paese, ma a volte serve l'occhio di uno straniero per notare ciò che i nativi non vedono. Andate a Manchester o a Birmingham o in qualsiasi altra delle vostre grandi città manifatturiere, visitate le fabbriche. Vedrete uomini e donne che vi sgobbano per dodici, quattordici, persino diciotto ore al giorno, in condizioni che darebbero la nausea a mio padre».

«Almeno sono liberi... e vengono pagati» sottolineò Fairchild.

«E a cosa serve la libertà se è solo la libertà di vivere nei bassifondi finché il lavoro non ti uccide? L'unica cosa che i soldi comprano è la tranquillità per la coscienza dei proprietari delle fabbriche. A Windemere, invece, ognuno dei nostri braccianti ottiene tre pasti al giorno, un tetto sopra la testa e vestiti puliti da indossare. Non deve mai chiedersi se mangerà o meno né preoccuparsi di chi si prenderà cura della sua famiglia. Vi assicuro che se un qualsiasi operaio o minatore inglese vedesse come si vive nelle piantagioni scambierebbe subito la propria vita con quella di chi vi lavora».

Sul banco opposto Fairchild si era alzato. «Posso avanzare un'obiezione?».

Mungo gliela concesse con un cenno distratto della mano. «Se anche dovessimo credere a questo improbabile ritratto di schiavi africani che si godono una vacanza in un paradiso filantropico, il gentiluomo è alquanto evasivo sul come queste persone siano giunte nel suo paese. È disposto ad ammettere che il commercio degli schiavi non è altro che un commercio di sofferenza? Oppure cercherà di farci credere che milioni di africani sono partiti di buon grado per una piacevole crociera in America così da godere dei benefici del clima?».

© Orion Mintaka (Uk) ltd, 2020. Originally published in the english language by Bonnier Zaffre,

London, Uk

© 2020 Harpercollins Italia s.p.a., Milano

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