Zaia e la maledizione di chi lascia il Nord Est

Quello ricevuto da Luca Zaia è molto più di un incarico a governare la sua regione per altri cinque anni

Zaia e la maledizione di chi lascia il Nord Est

Quello ricevuto da Luca Zaia è molto più di un incarico a governare la sua regione per altri cinque anni. Il risultato uscito dalle urne è talmente massiccio che siamo di fronte a un'investitura davvero impegnativa. Tra l'altro, quanti sottolineano che con i soli voti ottenuti dalla Lista Zaia una formazione nazionale disporrebbe già del 3% implicitamente rilevano che in tale voto vi sono potenzialità che potrebbero andare oltre i confini regionali.

Chi non conosce il Veneto può ritenere che l'esponente leghista sia stato apprezzato per la sua azione amministrativa. In parte è così, ma è ancora più vero che negli anni si è realizzata una sorta d'identificazione tra il governatore e la popolazione: un rapporto sempre più stretto e ora rafforzato dalla crisi sanitaria e dalla necessità di darvi risposte efficaci. E questo è stato possibile soprattutto in virtù del fatto che i veneti sentono più di altri la propria identità e si trovano a disagio in questa Italia prefettizia e giacobina.

Nel presidente uscente, allora, molti elettori hanno visto il Veneto stesso: quell'universo di memorie storiche e successi anche recenti (si pensi allo sviluppo impetuoso del cosiddetto Nord-Est) che ha prodotto una serie di fatti politici significativi. Anche se si tratta di figure ed esperienze molto diverse tra loro, è pur vero che esiste un fil rouge in grado di collegare Maurizio Fistarol (che fece di Belluno una specie di laboratorio) e il sindaco-filosofo Massimo Cacciari, i serenissimi del campanile di San Marco e l'avventura politica dell'editore Giorgio Panto, le partite Iva riunite dalla Life e quella spinta verso l'autogoverno che tre anni fa si concretizzò nel referendum per l'autonomia differenziata.

Da decenni il Veneto è inquieto e pretende che si avvii un processo di modernizzazione, anche politica, di questa Italia che resta sempre eguale a se stessa.

Tra l'altro, è pure il nostro rapporto con il resto dell'Europa si pensi alle condizioni poste per l'accesso al Recovery Fund ad esigere che si apra la stagione delle «riforme», poiché solo con la responsabilizzazione dei centri di spesa sarà possibile rimettere in ordine i conti e migliorare la qualità dei servizi.

Sul tema delle trasformazioni istituzionali in Veneto le idee sono chiare e infatti, appena appresi i risultati delle urne, Zaia ha subito riparlato di autonomia. D'altra parte, la questione sta a cuore ai veneti ben al di là delle divisioni di partito, come conferma il fatto che hanno posto la questione dell'autogoverno pure due liste di sinistra: una alleata al candidato progressista Arturo Lorenzoni, «Sanca veneta», e l'altra a sostegno della candidata Simonetta Rubinato, «Veneto Rubinato».

Va ricordato che anche ai tempi di Bossi la Lega veneta non è mai del tutto diventata «nordista» (poiché ha sempre mantenuto un suo profilo regionale) e oggi fa ancora più fatica a dissolversi in un sovranismo italiano, utile a prendere i voti a Bari ma non a Vicenza. E infatti l'elettorato del Veneto non ha mai smesso di chiedere una riformulazione in senso federale del Paese.

Non è facile dire quali saranno nei mesi a venire gli obiettivi politici di Zaia, né è possibile immaginare come la Lega riuscirà a gestire un successo personale tanto imponente. È però doveroso attendersi che il Doge nato a Conegliano stavolta provi a fare del Veneto un modello: attribuendo a ogni realtà territoriale più ampia capacità di governo.

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