Il Csm caccia via il giudice che non vuole il crocifisso nelle aule

Voleva togliere il crocifisso, hanno rimosso lui. Luigi Tosti, il giudice contro, non è più nella magistratura. Il Tribunale disciplinare del Csm l’ha condannato alla sanzione più grave: la destituzione. Una punizione rarissima, comminata poche volte nell’arco di decenni: l’ultimo giudice ad essere espulso dalla corporazione era stato Edi Pinatto, ma quella è tutta un’altra storia. Pinatto ci aveva messo otto anni per scrivere le motivazioni di una sentenza che riguardava i boss di Gela. Un disastro per la giustizia.
Anche Tosti si era messo di traverso, ma lo aveva fatto impugnando la bandiera della laicità: in sostanza si era rifiutato di fare udienza al tribunale di Camerino per protestare contro la presenza del Crocifisso. Il Presidente del tribunale gli aveva proposto un ambiente senza la presenza del Cristo in croce. Ma l’infervorato Tosti aveva declinato un no senza se e senza ma: aveva risposto che mai avrebbe lavorato se in un’altra aula del tribunale ci fosse stato l’ospite non gradito. Così da maggio 2005 a gennaio 2006 Tosti non aveva fatto un’udienza che fosse una e aveva rifiutato scientificamente ogni forma di compromesso. Risultato: il Csm, alle prese con una giustizia ansimante e in ritardo cronico, l’ha cacciato. La magistratura italiana non può permettersi la crociata contro il processo breve e tollerare intanto la presenza di un giudice che incrocia le braccia per mesi. Oltretutto in passato, Tosti era già stato processato e condannato, con una sanzione più blanda, per aver ricoperto di contumelie e frasi irriferibili alcuni colleghi e per aver chiesto perfino «una perizia anofonica» per tutelare «l’intimità del cesso» a rischio cimici. Un campione dunque della stravaganza, da Amici miei, più che del libero pensiero. Ma lui non arretra di un millimetro: «O si rimuovono i Crocifissi dalle aule di giustizia e dagli uffici pubblici o l’alternativa era rimuovermi».
Insomma, l’intransigente Tosti è convinto, come Galileo, di avere la ragione dalla sua: «La presenza del Crocifisso è incompatibile con il principio supremo di laicità e con i principi di uguaglianza e di libertà religiosa».
Tosti, che si è difeso da solo, era stato indagato anche sul versante penale: per lui era scattata l’accusa di abuso d’ufficio. Ma in quel caso era stato assolto: qualche collega volonteroso l’aveva sempre sostituito e le udienze erano state celebrate regolarmente. Però un conto è il giudizio penale, altra cosa è quello disciplinare; nel capo d’incolpazione, il tribunale del Csm scrive che Tosti «si sottraeva ingiustificatamente e abitualmente all’attività giurisdizionale», avvertendo solo il giorno stesso dell’udienza o poco prima, «così determinando la necessità delle relative sostituzioni, grave perturbamento dell’attività di ufficio ed estrema difficoltà nel prosieguo dell’attività giurisdizionale per i procedimenti a lui affidati». Insomma, vista dal Csm, quella di Tosti era più una storia di negligenze e di trascuratezza che non una battaglia di libertà.
Ma lui va avanti per la sua strada: «Presenterò ricorso in Cassazione e se sarà respinto mi rivolgerò alla Corte europea dei diritti dell’uomo sostenendo che la questione è identica a quella posta dalla cittadina italiana di origine finlandese Lautsi Soile per la rimozione del Crocifisso dalle aule scolastiche alla quale i giudici di Strasburgo hanno dato ragione il 3 novembre scorso». Con una sentenza clamorosa che ha provocato un putiferio in Italia.
La sfida dunque va avanti, con il sostegno dei radicali che hanno manifestato davanti a Palazzo dei Marescialli. Ma il vicepresidente del Csm Nicola Mancino non ci sta a far passare il Consiglio superiore della magistratura per un censore occhiuto: «Il Csm non è né la Corte costituzionale né la Corte europea; non deve risolvere e in effetti non ha risolto la questione della legittimità o meno del Crocifisso in un’aula giudiziaria. Il dottor Tosti è stato giudicato per essersi rifiutato di tenere comunque udienza fino a quando in tutti i tribunali d’Italia non fossero stati rimossi i Crocifissi. In questo modo è venuto meno all’obbligo deontologico e ai doveri assunti in qualità di magistrato che gli impongono di prestare servizio».
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