Ct sopra le righe Quei maestri con un gergo da hooligans

«Siete tutti dei fottuti bastardi». «Continuate a ciucciarvelo». «Prostituti intellettuali». «Sono incazzato come una bestia, che vadano a lavorare e si vergognino». «Siete attirati dall’odore del sangue, affamati di scandali». «Non hai il diritto di parlarmi per sei mesi, sparisci». Roba da pulp fiction, gergo da hooligans? No, belle parole, dolci pensieri di gente di football, allenatori, commissari tecnici, figure nobili, nell’ordine sir Ferguson, “el peluso” Diego Maradona, il dottor Mourinho, il commendator Lippi, l’astrologo Domenech, il vignaiolo Roux. Il loro lessico discende dalle rispettive educazioni e repressioni. Maestri del gioco, docenti delle ripartenze e del quattrotretre, direi meno, molto meno, delle parole, della sintassi, della grammatica, del rispetto delle regole comportamentali.
Sono saltate le marcature, non soltanto in campo, le conferenze stampa diventano discariche di vendette e rancori, il rapporto tra il professionista che domanda e il professionista che risponde è ormai intossicato, se piove non è più il governo a essere ladro ma la stampa e poi i tifosi, quelli che secondo il bell’uomo di Viareggio, Lippi Marcello, «dovrebbero andare a lavorare loro», quelli che pagano 50 euro per andare a vedere le riserve della squadra campione del mondo che stanno buscandole da Cipro e devono accettare, applaudire, eventualmente riverire e osannare il Mourinho d’Italia, stessa cilindrata, stessa arroganza, stesso tono screanzato del Lippi di Portogallo, il José di tutti noi, il bello di Setùbal. E a Torino programmano un nuovo ruolo dirigenziale per il cittì mondiale, direttore generale della Juventus, cribbio, un incarico che dovrebbe comportare grande equilibrio manageriale (chi tira in ballo Boniperti sappia che il presidente onorario ha fatto la storia, non la cronaca, della Juventus e forse per questo è stato messo ai margini dagli eredi).
Sir Alex Ferguson, nonostante il titolo consegnatogli da Elisabetta, nulla ha del sire, semmai del cliente di pub, con lui Raymond Domenech che studia le stelle invece di curare gli avversari e, ultimo della fila ma primo della storia, Diego Armando che non appena esce da un tunnel si infila in una latrina, ribadendo, come hanno scritto tutti i giornali argentini, la propria educazione, alla vita intendo, considerati i percorsi, simili a certi suoi irresistibili dribbling, senza gol però.
Professionisti del sette e quaranta, privilegiati del fare e del dire, abituati allo spogliatoio con tutti gli annessi e connessi, alla finta e all’inganno, alla gioia e al dolore, al tradimento e all’amore eterno, alla flebo e alla preghiera, bastardi con la gloria, elementi a margine del gioco ma spacciati come demiurghi del risultato, decisivi sino a quando non incomincia la partita. Osvaldo Bagnoli diceva che quando si parla e si scrive di calcio si dovrebbe mettere da parte il verbo “lavorare”. “Zaso” (zazzera+naso) Bagnoli arrivava in bicicletta all’albergo Gallia dove si svolgevano le trattative del marcato calcistico, parcheggiava il velocipede contro il muro e si toglieva le mollette che gli tenevano i risvolti delle braghe. Non sto ricordando persone e fatti di cinquant’anni orsono. Era Milano, era l’Inter, era football a colori. Oggi ci meritiamo i Lippi e i Mourinho, i Maradona e i Ferguson, dobbiamo subire gli insulti così come il popolo del pallone deve tollerare una fetta dei giornalisti che insulta e si insulta e bercia in tivvù e alla radio, anche se questo è un teatrino finto, incompetente, mortificante, è una recita a gettone; quella è, invece e purtroppo, roba vera, sentita nel “profondo dell’anima”, non azzardo “della testa”, rigurgito di repressioni adolescenziali, latrato di una maleducazione che non si può correggere alla lavagna, a Coverciano o a Eaton, cafonaggine milionaria. Per giocare a calcio occorrono un pallone, due squadre, eventualmente un arbitro, quello in panchina è un optional. Qualcuno poi si occuperà di raccontare l’evento, ignorando l’assente.
Tra un anno il campionato del mondo si svolgerà in Sud Africa, il Paese che lentamente ha sconfitto la vergogna dell’apartheid. Si potrebbe reintrodurre nei confronti degli allenatori.
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