Leggi il settimanale

Come riconoscere un vero ristorante italiano all’estero

Così la piattaforma digitale Real Italian Restaurants attesta l’autenticità dei locali tricolori nel mondo attraverso un processo strutturato e verificabile. Il progetto si basa su tre criteri considerati imprescindibili che vanno dimostrati: proprietà o gestione italiana, chef formato in Italia e utilizzo documentato di prodotti autentici

Come riconoscere un vero ristorante italiano all’estero
00:00 00:00

La cucina italiana, da poco patrimonio immateriale dell’umanità tutelato dall’Unesco, non è mai andata così di moda. E mel mondo ci sono circa 600mila ristoranti che si definiscono italiani. Il dato, fornito dalla Federazione Italiana Pubblici Esercizi (FIPE), dà la misura di una presenza capillare, quasi onnipresente. Ma dietro questa etichetta rassicurante, l’Italia spesso resta confinata all’insegna. Secondo le stime, solo una percentuale ridotta di questi locali rispetta criteri minimi di autenticità: chef italiano, proprietà o gestione italiana, utilizzo documentato di ingredienti provenienti dall’Italia.

Tutto il resto rientra nella categoria ormai inflazionata dell’Italian Sounding: un sistema di richiami visivi, nomi e suggestioni che evocano il Belpaese senza averne reale legame. Un fenomeno che vale oltre 100 miliardi di euro l’anno e che non si limita a falsare il mercato, ma contribuisce a ridefinire – al ribasso – l’idea stessa di cucina italiana nel mondo, con effetti diretti sull’export e sulla fiducia dei consumatori.

Il paradosso è evidente. La cucina italiana è oggi la più diffusa e richiesta a livello globale, con un mercato che supera i 228 miliardi di euro e continua a crescere. Ma questa espansione non è accompagnata da regole condivise. Sulle principali piattaforme digitali, da Google Maps a TripAdvisor, la distinzione tra autentico e imitazione semplicemente non esiste: basta una bandiera tricolore, un menu tradotto e qualche riferimento stereotipato per essere catalogati come “ristorante italiano”.

È proprio da questa zona grigia che nasce Real Italian Restaurants, piattaforma digitale pensata per attestare l’autenticità dei ristoranti italiani all’estero attraverso un processo strutturato e verificabile. L’idea prende forma dall’esperienza diretta del fondatore, Orazio Salvini, che dopo l’ennesima cena “italiana” fuori dai confini nazionali ha incrociato percezioni e dati: le ricerche online di ristoranti italiani registrano volumi elevatissimi, ma l’offerta è dominata da locali che dell’Italia conservano solo il nome.

Il progetto, avviato nel 2024, si basa su tre criteri considerati imprescindibili: proprietà o gestione italiana, chef formato in Italia e utilizzo dimostrabile di prodotti autentici. La certificazione prevede la presentazione di documentazione, dalle fatture alle prove fotografiche, nel tentativo di rendere l’autenticità un elemento misurabile e non solo dichiarato.

“Molti ristoratori italiani all’estero lavorano in condizioni di sottostruttura digitale: siti obsoleti, presenza social minima, nessun supporto adeguato”, spiega Salvini. “L’obiettivo è fare da ponte, offrendo strumenti e visibilità, ma anche aiutando i consumatori a orientarsi”.

Il problema, però, va oltre la ristorazione. Secondo Coldiretti, due prodotti agroalimentari italiani su tre venduti all’estero sono in realtà imitazioni. Un fenomeno che coinvolge anche gastronomie, macellerie, gelaterie e negozi specializzati, spesso gestiti da operatori non italiani che sfruttano il richiamo del brand Italia senza rispettarne standard e filiere.

Per questo Real Italian Restaurants sta ampliando il proprio raggio d’azione, includendo directory certificate di distributori e negozi autentici. Parallelamente è partita una campagna di reclutamento di Local Ambassador, italiani residenti all’estero chiamati a segnalare realtà affidabili e a supportare il progetto. A Madrid, in 48 ore, sono arrivate 60 candidature.

In un mercato dove tutto sembra italiano e poco lo è davvero,

l’autenticità diventa una questione di trasparenza prima ancora che di identità. Difenderla non è nostalgia gastronomica, ma una necessità economica e culturale. Anche – e soprattutto – per chi dell’Italia continua a usare il nome.

Commenti
Pubblica un commento
Non sono consentiti commenti che contengano termini violenti, discriminatori o che contravvengano alle elementari regole di netiquette. Qui le norme di comportamento per esteso.
Accedi
ilGiornale.it Logo Ricarica