Ieri in queste pagine Alessandro Gnocchi commentava le difficoltà della destra italiana a rapportarsi con il mondo culturale, e il rischio che una parte politica che ha, sempre culturalmente parlando, molti padri nobili perda l'occasione di incidere veramente, lasciando un'impronta nei suoi anni di governo. Oggi su questo tema abbiamo intervistato Alessandro Campi. Campi è un noto politologo e storico, professore ordinario presso l'Università di Perugia. Specializzato in Machiavelli, geopolitica e destre europee, ha fondato e dirige la Rivista di Politica. Autore prolifico - ricordiamo Autoritarismo, populismo, nazionalismo (Rubettino 2026) e Il fantasma della nazione. Per una critica del sovranismo (Marsilio) - ha collaborato con varie testate, ed è stato direttore dell'Istituto per la Storia del Risorgimento.
Professor Campi la destra politica italiana, ed anche europea, fatica a muoversi nell'ambito culturale. Come mai?
"Da un lato, ci sono stati troppi annunci roboanti e intempestivi di una controegemonia culturale di destra da costruire ex novo, se non fosse che ci troviamo in una fase storica di tale frammentazione sociale e valoriale da rendere impossibile qualunque disegno egemonico. Insomma, un'ambizione eccessiva e tardiva. Dall'altro, se ne è fatta una questione di poltrone e nomine, di puro potere culturale, che però non serve a niente se manca una visione o una direzione di marcia. Essere di destra non è un titolo da mettere sul curriculum".
Per maneggiare un progetto culturale di lungo periodo non si può ridurre tutto al fiancheggiamento della politica...
"La battaglia culturale ha regole, codici e prassi che vanno rispettati. Se sbagli le note a pie' di pagina, improvvisi le citazioni o parli per frasi fatte nessuno ti prende sul serio. A destra c'è poi una visione della cultura spesso troppo piegata alla battaglia politico-partitica. Ma questo significa sacrificare la creatività e la produzione delle idee a un interesse contingente. Senza contare che così facendo libertà e spirito critico, che del lavoro culturale sono l'essenza, vanno a farsi friggere. La cultura dovrebbe ispirare la politica, non esserne la stampella".
Per creare una cultura di area serve una visione. Perché manca?
"A destra vedo talvolta un eccesso di dilettantismo, di esibito spirito militante e di disinvoltura spacciata per anticonformismo. Con gli elenchi alfabetici dei padri nobili, da Raymond Aron a Elemire Zolla, non si va molto lontano. Il pantheon dei maestri da esibire come medaglie è un gioco di società, che peraltro funziona poco quando è troppo variegato e contraddittorio. È una forma di veltronismo persino deteriore rispetto all'originale. Va bene per una kermesse o un festival, non per costruire una strategia culturale."
Negli anni settanta l'Msi si affidò ad esempio ad Armando Plebe andando a cercare all'esterno le risorse culturali...
"Il plebismo è un esperimento che è stato rimosso a destra a causa del suo plateale fallimento, ma è rimasto una sindrome ricorrente. Per vincere i propri complessi di inferiorità, spesso del tutto immotivati, ci si affida al transfuga culturale di turno con l'illusione di rendersi presentabile nel salotto buono. Vi ricordate gli intellettuali liberali portati in Parlamento da Berlusconi? Erano tutti ex comunisti redenti. A galantuomini d'infinita cultura, liberali sul serio e da sempre, mi vengono in mente Vittorio Mathieu e Dario Antiseri, nessuno a destra ha mai concesso nulla".
La destra politica cerca di tenere assieme troppe influenze culturali perché non sa scegliere?
"Se metti insieme Céline, Gentile, Evola, Heidegger e Burke non dimostri di avere grandi ascendenti, ma una grande confusione in testa. Non tutte le idee sono tra loro compatibili solo perché le si ritiene politicamente omogenee o riconducibili a un perimetro politico convenzionalmente definibile di destra. Se sei cattolico non puoi essere pagano. Se ami la fantasy non può piacerti il romanzo storico. E se sei un tardo fascista non puoi essere un vetero liberale. La destra sincretista è una macedonia ideologica inutile e indigesta".
Come costruire una visione di lungo periodo?
"Oggi la cultura è qualcosa di disorganico, eclettico, di non confinabile in un genere o in un linguaggio. Occorre sapersi muovere su tutti questi registri. Bisogna costruire paesaggi mentali a misura del tempo che viviamo, serve misurarsi in modo originale con i problemi del presente. Lasciando il nostalgismo culturale, l'ortodossia ideologica e il moralismo alla sinistra. Da questo punto di vista un fallimento della destra si è consumato nella Rai. Tante nomine d'area, nessuna programma originale o innovativo utile interpretare il mondo che cambia o a veicolare una visione culturale autonoma".
Che tipo di cultura serve ad una destra moderna?
"La destra italiana dovrebbe innanzitutto dimostrare di avere chiaro qual è il proprio radicamento in senso storico-nazionale. Inutile vagheggiare il conservatorismo da nostalgico della caccia alla volpe e dell'impero britannico di Roger Scruton se non hai letto un rigo di Guicciardini, il più grande realista conservatore degli ultimi cinquecento anni. Va bene l'immaginario tolkieniano, ma come dice polemicamente Giordano Bruno Guerri il Pinocchio di Collodi contiene molte più valenze simboliche.
Editori, libri, come si muove la destra?
"La destra culturale era paradossalmente molto più vivace quando quella politica
era all'opposizione e contava poco. Nella marginalità nascevano idee, suggestioni, si andava alla ricerca di autori nascosti e idee controcorrente, ci si muoveva con libertà e incoscienza, si dibatteva e ci si scontrava".