Il Carnevale romano tra riti millenari ed euforia pagana

L'anima trasgressiva e orgiastica dei "Saturnalia" venne smussata ma non abolita nell'Urbe cristiana

La rappresentazione della "festa dei moccoletti"
La rappresentazione della "festa dei moccoletti"

Dici Carnevale e ti viene subito l'immagine di Venezia, poi dei carri allegorici di Viareggio o di Putignano. O pensi al Carnevale di Rio. Sarà per la presenza del papato o per il timore reverenziale che incute la sua storia, ma Roma non è associata al Carnevale. E invece c'è una storia antica e poi barocca, radicata e popolare, del Carnevale romano che il Comune di Roma sta cercando di rianimare con feste ed eventi della tradizione carnevalesca. A far da guida a questa riscoperta è uscito di recente un libro illustrato di autori vari, Carnevale Romano. Rinascita di una tradizione (a cura di Federico Mollicone, ed. Palombi, pagg. 200, euro 19).
I testi sono preceduti da una mia introduzione da cui traggo queste riflessioni.
Il Carnevale romano è il crocevia tra sacro e profano, tra pagano e cristiano, tra antico e moderno, tra nobile e plebeo, in cui l'uno sconfina nell'altro e uno si fa beffe dell'altro. Una festa che coglie l'humus popolare romano, l'indole ironica e comica dei romani, il forte senso della caricatura e del grottesco. Ma anche la dimestichezza con l'eterno e con la storia, l'intreccio di religioso e irriverente, la celebrazione rituale del corpo, del sesso e del cibo, l'elogio della follìa fino all'esorcismo collettivo di paure e spettri. E i brindisi infiniti alla morte ubriaca, nella speranza che, alterata dalle libagioni, anche la morte perda lucidità e non svolga il suo compito ferale. Un'antica impronta dionisiaca, quel Dioniso che a Roma diventò Liber Pater e Bacco, ispira alle sue origini i Saturnalia, con le sue prime trasgressioni e le prime maschere. Poi l'anima trasgressiva e orgiastica delle origini viene gradualmente metabolizzata nella Roma cristiana e papalina, che non abolisce le feste pagane ma tende piuttosto a riconvertirle dentro la propria sfera per controllarne gli effetti.
Il Carnevale di Roma, «gran theatro del mondo», si intreccia al mondo delle maschere e dei travestimenti ma anche alle gare dei cavalli, derivazioni dell'antica Equiria, la festa equestre che cadeva il 27 febbraio e si ripeteva poi quindici giorni dopo, dedicata in origine al dio Marte. E poi continuata nella Roma cattolica fino al principio dell'Ottocento, come ricordava anche Goethe nel suo Viaggio in Italia, con la gara dei cavalli prima tra Testaccio e il Campidoglio e poi sulla via Lata, l'attuale via del Corso, da piazza del Popolo a piazza Venezia. Riti di passaggio dall'inverno alla primavera, come ricordava nel suo Calendario Alfredo Cattabiani. Ma ricca è anche la fioritura delle maschere romane, raccolte in un memorabile testo da Anton Giulio Bragaglia, a cominciare da Meo Patacca (ripensate in un libro di Leo Valeriano, La tradizione delle Maschere).
Il Carnevale romano costituiva non soltanto una festa liberatoria ed euforica, ma aveva anche un suo lato eversivo e poco rassicurante. Franco Cardini parla ne I giorni del Sacro di «festa inquietante» e di «fase pericolosa dell'anno» perché esplodevano violenze e all'indomani si facevano macabri ritrovamenti. Non a caso nel 1560 furono proibite le maschere a Roma in seguito a fatti di sangue, che si ripeterono nel 1579. E l'atmosfera minacciosa del Carnevale romano la colse anche lo stesso Goethe, assistendo alla «festa dei moccoletti» segnata dalla minaccia di ammazzare chi aveva la candela spenta, e vi era chi spegneva apposta la candela del vicino per compiere assassini rituali. Insomma c'era un versante sinistro del carnevale romano. Il Carnevale a Roma fungeva fino a un certo punto da valvola di sfogo per le intemperanze e il disordine. Anziché imbrigliarle e domarle, il Carnevale romano in alcune fasi storiche le favoriva, dandone un teatro, un rituale e una messinscena adatta; diventava un po' come l'odierno carnevale di Rio, una specie di zona franca e tempo sospeso in cui poter compiere delitti in altri periodi dell'anno vietati.
La funzione principale del Carnevale, lo spiega uno dei massimi cultori della Tradizione, Renè Guénon, era di «canalizzare» e rendere «inoffensive», oltreché delimitate nel tempo e nel luogo, alcune manifestazioni esplosive o alcune tensioni «sataniche» (Simboli della scienza sacra). Una sorta di rovesciamento rituale, non solo limitato al piano politico e sociale, per consentire un controllo delle spinte sovversive e contestatrici, ma anche un evento iniziatico, per circoscrivere e neutralizzare l'affiorare dei demoni e degli spiriti nefasti. Temi su cui ha indagato il sociologo francese Michel Maffesoli, mostrando come la festa, tramite la trasgressione dionisiaca, diventa fonte di coesione comunitaria e riacquista una sua vitalità al tempo delle nuove tribù. In questi giorni è uscito Il tempo della festa, raccolta postuma di saggi di Furio Jesi (nottetempo, pagg. 232, euro 15,50), studioso dei miti scomparso prematuramente nel 1980. Il senso del Carnevale è quel che descrisse Roger Callois nella sua teoria della festa: la confusione universale dopo che l'ordine cosmico è soppresso, gli eccessi resi leciti, le regole soppresse e invertite, tutto accade alla rovescia.
A Carnevale è dato libero ma limitato accesso alla follìa e al caos, all'inversione dei ruoli sociali, anagrafici e perfino sessuali; il principio che lo sorregge è l'eccezione che serve a confermare la regola, consentire uno sfogo per rafforzare l'ordine, la gerarchia e riportare la trasgressione nell'alveo dei rapporti «normali», nell'osservanza dei doveri civili e delle pratiche religiose. Semel in anno licet insanire. Non manca accanto al controllo dell'aspetto destabilizzante, anche l'aspetto puramente ricreativo e festoso, il divertimento e l'allegria carnascialesca. Se il comico, per Pirandello, nasce dal «sentimento del contrario», la festa del Carnevale è fondata sul mondo capovolto. Una festa del comico e del grottesco, in piazza, in cui tutti sono attori e spettatori, vittime e carnefici. Una festa di popolo, realmente comunitaria, dove la tradizione perdeva l'austero sussiego delle Cattedrali e dei Palazzi e scendeva chiassosa e festosa per i vicoli e le piazze di Roma. Un rito collettivo e un patrimonio d'umanità da non dimenticare che ora viene riportato alla luce. Tra tante posticce feste reinventate per finalità turistiche, o importate - come Halloween, una specie di Carnevale concentrato in una sera per esorcizzare e ridicolizzare la morte - un'antica e genuina tradizione popolare come il Carnevale romano non può essere inghiottita nell'oblio. L'anima di un popolo ha bisogno del suo carnevale, come la verità ha bisogno di una maschera per svelarsi.

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